San Giuseppe

Il post che vi propongo oggi è un po’ particolare, e se volete giunge anche un po’ in ritardo; il fatto di essere in ritardo, comunque, è sempre stata una mia costante (ho una percezione del tempo un po’ particolare), ma rispondo (con calma) sempre…. presente.
Questo spazio è, per me, anche l’occasione di rilanciare testi che mi hanno particolarmente colpito: è il caso di questo pezzo di Maurizio Blondet dedicato a San Giuseppe (il santo di tutti i padri, la cui festa era un paio di giorni fa) e ad una storia, della tradizione popolare, proveniente del profondo Messico.
In questo spazio ho rilanciato altri articoli di Blondet, del quale non ne condivido le idee (ma alcuni suoi pezzi sono strepitosi per lucidità ed arguzia) ma ammiro (ed invidio), incondizionatamente, il suo modo di scrivere diretto che sa arrivare immediatamente al punto.
A chi vorrà, auguro una buona lettura.

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L’iconografia tradizionale dipinge Giuseppe come un vecchio, per rendere più naturalmente spiegabile la sua castità. Altri , ad esempio nelle cappelle dell’Opus Dei, scelgono di dipingere Giuseppe come giovane marito, per rendere la sua castità più meritevole. A suo tempo mi colpì, a San Lorenzo in Firenze, il San Giuseppe artigiano di Annigoni: un quarantenne di spalle larghe, bruno e crespo (un palestinese) dalla faccia energica, col grembiule di cuoio, al banco di lavoro, fra assi e seghe; accanto a lui il bambino, chinato sul banco del babbo, gioca a fare il falegname. Il bambino ha una vestina rossa (forse la prima tunica senza cuciture tessutagli dalla Mamma) e la sua testolina è bionda.
L’uomo robusto sta per scompigliare quel caschetto d’oro con una carezza scherzosa, ma esita e si trattiene all’ultimo momento: l’affetto spontaneo s’è tramutato in rispetto e timidezza di fronte a quel principino, così palesemente non suo figlio carnale. Dietro la scena, un cielo sinistro di ghiaccio e di sangue allude al destino terrestre di quel bambino. Destino sanguinante, ma San Giuseppe non sarà più lì a proteggerlo.
Vecchio o giovane?
Chi può dirlo? Fatto è che fu un vecchio l’uomo che si presentò alle suore di Loreto chiedendo se avevano del lavoro per lui, a Santa Fe, Nuovo Messico.
Un vecchietto con un poncho a rigoni e un asino su cui aveva caricato scarsi attrezzi da falegname (solo una sega, una squadra e un martello) come se ne dovevano vedere nel West: perchè era il 1873, il territorio era stato strappato dagli USA al Messico da pochi anni, e Santa Fe, oggi luogo di lusso per artistoidi, era un miserabile lurido agglomerato di baracche di adobe (fango secco), in cui padre Jean Baptiste Lamy (che poi ne divenne vescovo) contava «trecento americani e seimila cattolici».
I cattolici erano messicani poverissimi e indiani convertiti, ancor più in miseria. Gente «che mantiene solo l’esteriorità della religione», scrisse padre Macheboeuf, vicario del vescovo, e quanto ai preti, «in una popolazione (totale dello Stato) di 70 mila, ne abbiamo 15 appena, sei esauriti dall’età, e gli altri senza un briciolo di zelo; le loro vite sono scandalose oltre ogni descrizione». Al vescovo Lamy, la visita apostolica alla sua diocesi consumò sei mesi, giorni a cavallo e notti all’aperto, vicino al fuoco, in ascolto delle grida notturne di animali che potevano essere richiami pellerossa.
Il vecchio West, senza gli splendori edulcoranti di Hollywood. Le sei suore di Loreto, che avevano risposto all’invito del vescovo per insegnare ai bambini, erano arrivate dal Kentucky, prima sul battello lungo il Missouri, poi in un vagone coperto trainato da buoi attraverso la grande prateria, in territorio infestato da tribù ostili di Comances, Arapaho, Kiowa. Per i disagi e le fatiche di quel viaggio senza strade, morì la madre superiora; un’altra sorella si prese il colera e in quello stato dovette intraprendere il viaggio di ritorno in Kentucky (sarà sopravvissuta?). Le superstiti tuttavia si misero al lavoro di buona lena, nonostante i pericoli (infuriavano il vaiolo e la tbc, il fango, e non mancavano bande di maschi pericolosi venuti dal Texas: il selvaggio West).
Nel 1873 il peggio era un ricordo lontano, le suore avevano creato una buona scuola per ragazze e, sacrificando le loro eredità di figlie di buona famiglia, avevano costruito una cappella loro, che volevano lussuosa, addirittura ordinando le vetrate in Francia. Anche l’architetto si chiamava Mouly ed era francese. Le sorelle gli commissionarono una chiesa, nientemeno, «nello stile della Sainte Chapelle» di Parigi, e lui elevò un notevole, e primo, tempio neogotico, per essere ad ovest del Missouri. Solo che morì d’improvviso e il coro femminile sopraelevato, già a posto, restò senza scala d’accesso.
Come Mouly intendesse costruirla non si sa; le suore si accorsero che dentro mancava lo spazio per una vera scala, tanto più che la tribuna era davvero molto in alto, una decina di metri. I carpentieri locali, interpellati, offrirono soluzioni insoddisfacenti: fare una scala esterna, abbattere il retro della chiesa a ricostruirlo… Le suore, devote alla Sacra Famiglia, recitarono una novena a San Giuseppe artigiano. Quando bussò il vecchietto calvo e barbuto trascinandosi dietro l’asino (dal cui basto pendeva anche un secchio), e chiedendo lavoro, provarono a porgli il problema.

Esaminata la cantoria e misurata ad occhio l’altezza dal suolo, disse che poteva farci una scala a chiocciola; una soluzione che risparmiava spazio. Le suore lo assunsero.Il vecchio pose come condizione di poter lavorare a porte chiuse, senza essere disturbato. Lavorò per mesi al chiuso. Lavorava il legno dopo averlo bagnato e saturato d’acqua nel secchio, secondo alcune delle suore che non resistettero alla tentazione di sbirciare.Solo alla fine poterono vedere la scala a chiocciola montata: una perfetta doppia spirale (che gira due volte a 360 gradi), con 33 gradini e – fatto inaudito, e contrario alle leggi di gravità,priva del pilastro o pilone centrale, senza il quale nessuna scala a chiocciola può star ritta.Fra parentesi, è questo il motivo per cui le sorelle vi fecero aggiungere la ringhiera che si vede nelle foto: faceva paura salirci, e soprattutto scendere da dieci metri, su quella scala che a rigore di legge fisica doveva collassare sotto il peso del primo passo, sicché certe sorelle vi scendevano strisciando sulle mani, ginocchioni… La ringhiera, che offre una sicurezza solo psicologica, rovina la linea del manufatto: provate a immaginarla senza, per constatare la vertiginosa, elastica leggerezza della scala.L’intera opera è priva di chiodi di ferro; al loro posto ci sono perni di legno, secondo l’uso antico (noto ad esempio ai maestri d’ascia delle navi romane).
La parti sotto i gradini sono risultate fatte di gesso mescolato a crine di cavallo. Il legno pare essere di una conifera sconosciuta in New Mexico. Esperti di costruzioni restano colpiti dalla perfezione della curvatura di ogni elemento, impensabile da ottenere da un carpentiere munito solo di squadra a T, sega e martello.
E il vecchio? Sparito, senza aspettare nemmeno d’esser pagato.La madre superiora andò alla segheria locale pensando che ne sapessero qualcosa lì, e anche per pagare almeno il legname: nessuno aveva ordinato il legno né tantomeno aveva visto il personaggio. La madre fece mettere persino un’inserzione sul giornale offrendo una ricompensa a chi potesse dar notizie dell’insolito falegname. Invano.
Le suore ne conclusero che era stato lo schivo San Giuseppe a costruire la scala. La cappella della Madonna della Luce, detta anche Loretto Chapel (sembra impossibile scrivere in inglese la parola «Loreto»), fu dedicata a San Giuseppe il 25 aprile 1878. Novant’anni dopo, la cappella è stata sconsacrata e venduta, oggi è un museo privato, dove l’inspiegabile scala a chiocciola resta l’attrazione principale.

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