La Magia prova il Cristianesimo

La Magia, è la scienza dell’equilibrio universale e si fonda sul principio assoluto della verità-realtà-ragione dell’essere.
Per l’iniziato a questa scienza, la religione non potrebbe essere posta mai in dubbio, perché esiste: non è contestabile ciò che è.
Queste sono alcune frasi estrapolate dall’interessante dissertazione di E. Levi che condivido con voi questa sera.
L’autore mette, in questo poderoso ed illuminante articolo di filosofia ‘gnostica’, a confronto Magia e Cristianesimo ricavandone conclusioni che inducono a profonde, e proficue, riflessioni.
Vi invito a prendervi il giusto tempo per dedicarvi a questa appassionante e appassionata lettura.

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La Magia, essendo la scienza dell’equilibrio universale e fondandosi sul principio assoluto della verità-realtà-ragione dell’essere, rende conto di tutte le antinomie, e concilia tutte le realtà opposte tra loro, per questo principio generatore di tutte le sintesi: l’armonia risulta dall’analogia dei contrari.
Per l’iniziato a questa scienza, la religione non potrebbe essere posta mai in dubbio, perché esiste: non è contestabile ciò che è.
L’essere è l’essere. L’opposizione apparente della religione alla ragione, fa la forza dell’una e dell’altra, collocandole nel loro dominio distinto e separato e fecondandone il lato negativo dell’una con la parte affermativa dell’altra: è, come ora abbiamo detto, l’armonia per analogia dei contrari.
Ciò che ha generato tutti gli errori e tutte le confusioni religiose, è l’ignoranza di questa grande legge, la quale ha voluto cambiare la religione in filosofia e la filosofia in religione; si son volute sottomettere le cose della fede ai procedimenti della scienza; opera tanto ridicola come il sottoporre la scienza alla obbedienza cieca della fede: non appartiene meglio a un teologo di affermare una assurdità matematica o di negare la dimostrazione di un teorema, che a un dotto di discutere in nome della scienza pro e contro i misteri del dogma.
Domandate all’Accademia delle scienze se è matematicamente vero che vi sono tre persone in Dio e se si può constatare per mezzo della scienza che la Madre di Dio ha concepito senza peccato
L’Accademia delle scienze avrà ragione di rifiutare una risposta: i dotti non hanno niente a vedere là dentro, perché è La Magia, essendo la scienza dell’equilibrio universale e fondandosi sul principio assoluto della verità-realtà-ragione dell’essere, rende conto di tutte le antinomie, e concilia tutte le realtà opposte tra loro, per questo principio generatore di tutte le sintesi: l’armonia risulta dall’analogia dei contrari.
Per l’iniziato a questa scienza, la religione non potrebbe essere posta mai in dubbio, perché esiste: non è contestabile ciò che è. L’essere è l’essere.
L’opposizione apparente della religione alla ragione, fa la forza dell’una e dell’altra, collocandole nel loro dominio distinto e separato e fecondandone il lato negativo dell’una con la parte affermativa dell’altra: è, come ora abbiamo detto, l’armonia per analogia dei contrari. Ciò che ha generato tutti gli errori e tutte le confusioni religiose, è l’ignoranza di questa grande legge, la quale ha voluto cambiare la religione in filosofia e la filosofia in religione; si son volute sottomettere le cose della fede ai procedimenti della scienza; opera tanto ridicola come il sottoporre la scienza alla obbedienza cieca della fede: non appartiene meglio a un teologo di affermare una assurdità matematica o di negare la dimostrazione di un teorema, che a un dotto di discutere in nome della scienza pro e contro i misteri del dogma. Domandate all’Accademia delle scienze se è matematicamente vero che vi sono tre persone in Dio e se si può constatare per mezzo della scienza che la Madre di Dio ha concepito senza peccato? L’Accademia delle scienze avrà ragione di rifiutare una risposta: i dotti non hanno niente a vedere là dentro, perché è quello il dominio della fede.
Non si discute un articolo di fede; o si crede o non si crede: ma è della fede precisamente perché sfugge alla analisi della scienza.
Quando il Conte de Maistre assicura che si parlerà un giorno con meraviglia della nostra stupidità attuale, fa, senza dubbio, quello il dominio della fede.
Non si discute un articolo di fede; o si crede o non si crede: ma è della fede precisamente perché sfugge alla analisi della scienza.
Quando il Conte de Maistre assicura che si parlerà un giorno con meraviglia della nostra stupidità attuale, fa, senza dubbio, allusione a questi pretesi spiriti forti che vengono ogni giorno a dirvi: – lo crederò quando la verità del domina mi sarà scientificamente provata . Cioè io crederò quando io non avrò più niente a credere e che il dogma sarà distrutto come dogma, divenendo un teorema scientifico. Ciò vuol dire in altri termini: io non ammetterò l’infinito che quando sarà per me esplicato, determinato, circoscritto, definito: in una parola, finito. Io crederò dunque all’infinito quando io sarò sicuro che l’infinito non esiste. Crederò all’immensità dell’Oceano quando l’avrò visto mettere in bottiglie. Ma, buona gente, ciò che vi si è provato e fatto comprendere, voi non lo credete più, voi lo sapete.
D’altro lato, se vi si dicesse che il Papa ha deciso che due e due non fanno quattro e che il quadrato dell’ipotenusa non è eguale ai quadrati tracciati sugli altri due lati, voi direste con ragione: il papa non ha deciso ciò perché egli non poteva deciderlo. Ciò non gli riguarda ed egli non se ne immischierà.
– Bello, grida un discepolo di Rousseau, la Chiesa ci ordina di credere delle cose formalmente contrarie alle matematiche. Le matematiche ci dicono che il tutto è più grande della parte.
Ora quando Gesù Cristo si è comunicato ai suoi discepoli egli ha dovuto tenere il suo corpo intero nella sua mano, ed ha messo la sua testa nella sua bocca. (Questa povera facezia si trova testualmente in Rousseau).
Se la religione sa che, nella comunione della cena, il nostro Salvatore aveva due corpi naturali della medesima forma e della medesima grandezza, e che l’uno ha mangiato l’altro, la scienza avrebbe diritto di sorriderne. Ma la religione dice che il corpo del Maestro era divinamente e sacramentalmente contenuto sotto il segno e l’apparenza di un pezzetto di pane. Ancora una volta, è a credersi o a non credersi: ma chiunque ragionerà su questo e vorrà discutere scientificamente la cosa, meriterà di passare per uno sciocco. Il vero della scienza si prova con delle dimostrazioni esatte: il vero della religione si prova con l’umanità della fede e la santità delle opere. Ha il diritto di perdonare i peccati colui, dice il Vangelo, che può dire al paralitico: Levati e cammina. La religione è vera se essa realizza la morale perfettissima. La prova della fede sono le sue opere. Il Cristianesimo ha costituita una società numerosa di uomini aventi la gerarchia per principio, la obbedienza per regola e la carità per fede?
Ecco ciò che è permesso di domandare alla scienza. Se la scienza risponde coi documenti storici: Sì, ma esso ha mancato nella carità, io vi prendo con le stesse vostre parole, possiamo rispondere agli interpreti della scienza: voi confessate dunque che la carità esiste, perché vi si possa mancare.
La carità! grande parola e grande cosa: parola che non esisteva prima del cristianesimo, cosa che è la vera religione tutta intera .
Lo spirito di carità non è lo spirito divino reso visibile in terra? Questo spirito non ci ha reso sensibile la sua esistenza con atti, con istituzioni, con monumenti, con opere immortali? In verità non si concepisce come un incredulo di buona fede possa vedere una monaca di San Vincenzo di Paola senza desiderare di mettersi in ginocchio dinanzi a lei e di pregare. Lo spirito di carità è Dio, è l’immortalità dell’anima, è la gerarchia, è l’obbedienza, è il perdono delle ingiurie, è la semplicità, è l’integrità della fede.
Le sette separate sono raggiunte dalla morte fino dal loro principio, perché esse han mancato alla carità separandosi, e al più semplice buon senso volendo ragionare sulla fede. In queste sette il dogma è assurdo, perché è falsamente ragionevole. In esse il dogma o è un teorema scientifico o non è niente: in religione si sa che la lettera uccide e lo spirito vivifica; ora di quale spirito può esser qui parola, se non dello spirito di carità? La fede che trasporta le montagne e rende insensibile il martire, la generosità che dona l’eloquenza, che parla la lingua degli uomini e quella degli angeli, tutto è niente senza la carità, dice S. Paolo.
La scienza può ingannarsi, aggiunge lo stesso, apostolo, la profezia può cessare, la carità è eterna. La carità e le sue opere, ecco la realtà in religione, perché la realtà è la dimostrazione dell’essere che è la verità. In questo modo la filosofia dà la mano alla religione, senza mai volerne usurpare il dominio ed è a queste condizioni che la religione benedice ed illumina la filosofia dei suoi caritatevoli splendori.
La Carità è il legame misterioso che riveste gli iniziati dell’Ellenia per conciliare Eros ed Anteros. É questo coronamento del tempio di Salomone che deve riunire le due colonne, Ioachim e Boaz; è la mutua garanzia dei diritti e dei doveri, della autorità e della libertà, del forte e del debole, del popolo e del governo, dell’uomo e della donna; è il sentimento divino che deve vivificare la scienza umana; è l’assoluto del bene come il principio «essere, realtà, ragione» è l’assoluto del vero. Questo chiarimento era necessario per far comprendere questo bel simbolo dei magi che adorano il Salvatore nella culla. Sono tre: uno bianco, uno giallo, uno nero, ed offrono l’oro, l’incenso, la, mirra. La conciliazione dei contrari è espressa in questo doppio ternario ed è precisamente ciò che noi esplichiamo.
Il Cristianesimo, aspettato dai magi, era, in effetti, la conseguenza della loro dottrina sacrata: ma nascendo, questo Beniamino dell’antica Israele, doveva dare la morte a sua madre. La magia di luce, la magia del vero Zoroastro, del Melchisedech, di Abramo, doveva cessare alla venuta del grande realizzatore.
In un mondo di miracoli i prodigi non potevano essere che uno scandalo, l’ortodossia magica si era trasfigurata in ortodossia religiosa: i dissidenti non potevano più essere che degli illuminati o degli stregoni: il nome stesso di magia non poteva che esser preso in mala parte ad è sotto questa maledizione che noi seguiremo guardando le manifestazioni magiche attraverso le età . Il primo eresiarca di cui facciano menzioni le tradizioni della chiesa fu un taumaturgo di cui la leggenda racconta una moltitudine di meraviglie: Simon Mago.
La sua storia ci appartiene per diritto e noi proveremo di rintracciarla attraverso le favole popolari. Simone era ebreo di nascita: si crede che egli fosse nato al borgo di Gitton, nel paese di Samaria. Ebbe a maestro di magia un settario chiamato Dositheo, che si diceva inviato da Dio e il Messia annunziato dai Profeti. Simone apprese da questo maestro non solamente l’arte dei prestigi, ma ancora certi decreti naturali che appartengono realmente alla tradizione segreta dei magi.
Possedeva la scienza del fuoco astrale e lo attirava intorno a lui a grandi correnti, ciò che lo riduceva in apparenza impassibile ed incombustibile: aveva anche il potere di elevarsi e di sostenersi nell’aria, tutte cose che sono state fatte senza alcuna scienza ma solo per accidente naturale, da entusiasti saturi di luce astrale, come i convulsionari di S. Medard, fenomeni che si riproducono ai nostri giorni nell’estasi dei medi.
Magnetizzava a distanza quelli che credevano in lui e loro appariva sotto diverse figure: produceva delle immagini e dei riflessi visibili, al punto di fare apparire in piena campagna degli alberi fantastici ed immaginari che tutti credevano di vedere. Le cose naturalmente inanimate si muovevano intorno a lui, come facevano i mobili intorno all’americano Home, e, spesso quando egli voleva entrare e uscire da una casa le porte scricchiolavano, si agitavano e finivano con l’aprirsi da sé stesse. Simone operava, queste meraviglie dinanzi ai notabili ed al popolo di Samaria: li si esagerò ancora e il taumaturgo passò per un essere divino. Ora, com’egli non aveva potuto giungere a questa potenza che con eccitazioni che avevano turbata la sua ragione, si credette egli stesso un personaggio talmente straordinario, che si attribuiva senza cerimonie degli onori divini, e sognò modestamente l’adorazione del mondo. Le sue crisi o le sue estasi producevano sul suo corpo degli effetti straordinari.
Ora lo si vedeva pallido, abbattuto, infranto come un vecchio chè è presso a morire; ora il fluido luminoso rianimava il suo sangue, faceva brillare i suoi occhi, stendeva e ammorbidiva la pelle del suo viso, in modo che tutto d’un colpo pareva ringiovanito e rigenerato. Gli orientali, grandi amplificatori di meraviglie, pretendevano allora di averlo visto passare dall’infanzia alla decrepitezza, e rivenire, a suo piacere, dalla vecchia età alla fanciullezza. Infine non si parlò da per tutto che dei suoi miracoli ed egli divenne l’idolo degli ebrei di Samaria. Ma gli adoratori del meraviglioso sono generalmente avidi di novelle emozioni, e si stancarono presto di quanto li aveva da principio storditi. L’apostolo S. Filippo era venuto a predicare l’evangelo a Samaria: sì creò una nuova corrente di entusiasmo che fece perdere a Simone il suo prestigio. Egli stesso si sentì stancato della sua infermità, che scambiava per impotenza, e si credette sorpassato dai Maghi più sapienti di lui, e decise di attaccare gli apostoli per studiare, sorprendere o comprare il loro segreto.
Simone non era certamente iniziato all’alta magia, la quale gli avrebbe insegnato che per disporre delle forze secrete della natura in modo da dirigerle senza essere distrutto da esse bisogna essere un sapiente o un santo; e che per trastullarsi con queste armi terribili senza conoscerle, bisogna essere un pazzo, che una morte pronta e terribile aspetta i profanatori del santuario della natura.
Simone era divorato dalla sete implacabile degli ubriachi: privato delle sue vertigini egli aveva creduto di perdere la sua felicità; malato delle sue ebbrezze passate, contava di guarirne ubriacandosene ancora.
Non si ritorna volentieri un semplice mortale, dopo aver posato a Dio.
Simone si sottomise dunque, per ritrovare ciò che aveva perduto, a tutti i rigori dell’autorità apostolica; preghiera, digiuno, veglie, ma i prodigi non rivennero più. Dopo tutto, egli si disse un giorno, tra ebrei si deve potersi intendere e offrì del danaro a S. Pietro. Il capo degli apostoli lo scacciò indignato: Simone non comprendeva del tutto, lui che volentieri riceveva delle offerte dai suoi discepoli. Lasciò sollecitamente una società di uomini disinteressati e con l’oro che S. Pietro non aveva voluto acquistò una schiava a nome Elena.
Le divagazioni mistiche sono sempre vicine alla deboscia. Simone divenne perdutamente innamorato della sua serva: la passione indebolendolo ed esaltandolo, gli rese le sue catalessi e i suoi fenomeni morbosi che egli chiamava la sua potenza e i suoi miracoli! Una mitologia piena di reminiscenze magiche, mista a dei sogni erotici, uscì tutta armata dal suo cervello: si pose quindi in viaggio come gli apostoli, conducendo insieme a lui la sua Elena, dogmatizzando e facendosi vedere a quelli che volevano adorarlo e senza dubbio facendosi pagare. Secondo Simone, la prima manifestazione di Dio era stato uno splendore perfetto che produsse immediatamente la sua ombra.
Questo sole delle anime era lui, ed Elena il suo riflesso ed egli affettava di chiamarla Selene nome che in greco significa luna. Ora la luna di Simone era discesa al cominciare dei secoli sulla terra che Simone aveva abbozzato nei suoi sogni eterni: essa divenne madre, fecondata dal pensiero del suo sole ed essa mise al mondo gli angeli che sollevò da sola e senza lor parlare mai del padre. Gli angeli si rivoltarono contro di lei e la incatenarono in un corpo mortale.
Allora lo splendore di Dio fu forzato a discendere a sua volta per ritrovare la sua Elena e così l’Ebreo Simone venne sulla terra. Doveva vincervi la morte e riportare vivente attraverso l’aria la sua Elena, seguita dal coro trionfante dei suoi eletti. Il resto degli uomini sarebbe stato abbandonato sulla terra alla perpetua tirannia degli angeli. Così questo eresiarca, plagiario del cristianesimo, ma in senso inverso, affermava il regno eterno della rivolta e del male, facendo creare o per lo meno finire il mondo dai demoni distruttori dell’ordine e della gerarchia per affermarsi solo con la sua concubina, come erano la via, la verità e la vita. Era il dogma dell’Anticristo; ed esso non doveva morire con Simone e s’è perpetuato fino ai nostri giorni, e le tradizioni profetiche del cristianesimo affermano che esso deve avere il suo regno di un momento e il suo trionfo precursore delle più terribili calamità. Simone si faceva chiamar santo, e, per una strana coincidenza, il capo di una setta gnostica moderna che ricorda tutto il misticismo sensuale del primo eresiarca, l’inventore della donna libera, si chiamava anche Saint-Simon.
Cainismo è il nome che si potrebbe dare a tutte le false rivelazioni emanate da questa sorgente impura. Questi sono dei dogmi di maledizione e di odio contro l’armonia unilaterale e contro l’ordine sociale: sono le passioni senza regole affermanti il diritto in luogo dell’amore casto e devoto; la prostituita al luogo della madre; Elena la concubina di Simone in luogo di Maria la madre del Salvatore. Simone divenne celebre e si recò a Roma, dove l’imperatore, curioso di tutti gli spettacoli straordinari, era disposto ad accoglierlo: questo imperatore era Nerone. L’illuminato ebreo stordì il pazzo coronato con un gioco divenuto comune ai nostri prestidigitatori.
Si fece tagliare la testa, poi venne a salutare l’imperatore con la testa sulle spalle; fece aprire le porte, fece correre i mobili; si comportò come un veritiero medium e divenne lo stregone ordinario delle orge neroniane e dei festini di Trimalcione. Secondo i leggendari, fu per preservare gli ebrei dalla dottrina di Simone che S. Pietro si recò nella capitale del mondo.
Nerone seppe e bentosto dai suoi spioni di basso rango che un nuovo taumaturgo israelita era arrivato per far la guerra al suo incantatore. Risolse di metterli di fronte e di divertirsi al conflitto. Petronio e Tigellino erano forse della festa! – Che la pace sia con voi! disse entrando il principe degli apostoli. – Noi non abbiamo che fare della tua pace, rispose Simone, è per mezzo della guerra che la verità si discopre. La pace tra gli avversari è il trionfo dell’uno e la disfatta dell’altro.
S. Pietro rispose: – Perché rifiuti tu la pace? Sono i vizi degli uomini che hanno creata la guerra; la pace accompagna sempre la virtù. – La virtù è la forza e la scaltrezza, dice Simone. Io sfido il fuoco e m’elevo nell’aria, risuscito le piante, cangio le pietre in pane; e tu, che cosa fai tu? – Io prego per te affinché tu non perisca vittima dei tuoi prestigi. – Tienti le tue preghiere: esse non vi saliranno così presto come me, si slancia da una finestra e si innalza nell’aria.
Aveva egli qualche apparecchio aerostatico sotto la sua lunga veste? o si innalzava come i convulsionari del diacono Paride per esaltazione della luce astrale?
É ciò che noi non sapremmo precisare. In quel momento S. Pietro era in ginocchio e pregava: improvvisamente Simone dette un grido e cadde: lo si rialzò con le cosce infrante. E Nerone fece imprigionare S. Pietro che a lui parve un mago meno divertente di Simone: il quale morì della sua caduta.
Tutta questa storia che rimonta alle voci popolari di quei tempi, è rilegata, forse ingiustamente, tra le leggende apocrife. Ma essa non è per questo meno degna di essere ricordata e conservata .
La setta di Simone non si estinse con lui, ebbe per successore uno dei suoi discepoli, Menandro. Costui non si diceva dio, si contentava della parte di profeta; quando egli battezzava, i suoi discepoli, un fuoco visibile discendeva sull’acqua; loro prometteva l’immortalità dell’anima e del corpo a mezzo dei suoi scongiuri magici, e v’erano ancora ai tempi di S.Giustino dei menandrini che si credevano fermamente immortali.
Né la morte degli uni disingannava gli altri, perché il defunto, era immediatamente scomunicato e considerato come un falso fratello.
I menandrini consideravano la morte come una vera apostasia e completavano la loro falange immortale arruolando dei nuovi proseliti. Quelli che sanno però dove possa giungere la umana follia, non si stupiranno punto se loro diciamo che in questo anno in cui scrivo (1858) esistono ancora in America ed in Francia dei continuatori fanatici della setta menandriana.
La qualifica di mago aggiunta al nome di Simone fece prendere in orrore il nome di Magia dai cristiani, ma non si continuò meno ad onorare la memoria dei Re maghi che avevano adorato il Salvatore nella sua culla.

Fonte: E. Levi – Abraxas n° 3 – (www.fuocosacro.it)

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