Àuguri

Nell’antica Roma e fra gli Etruschi esisteva un tipo di sacerdote il cui compito era interpretare la volontà degli dèi dal volo degli uccelli: questi erano gli àuguri. In particolare questi non divinavano la volontà celeste in astratto, ma solo se una decisione o un atto già compiuti la incontrassero o meno.
Oggi, quando da millenni nessuno più contempla il volo degli uccelli per trarne auspici, l’augurio rimane un desiderio, una buona speranza che si esprime in occasioni speciali. Quasi come se già si conoscesse un volere delle divinità che sia corrispondente a ciò che si augura.
Fa impressione pensare che qui, proprio dove siamo adesso, persone come noi ma con credenze diverse ci abbiano lasciato in eredità idee e modi di dire così duraturi, tanto quanto i loro più longevi edifici, e necropoli.
Ti fa percepire, nell’augurare buon compleanno, o buon Natale, una radice profondissima; ti fa rendere conto che le tue parole non sono che l’antica sedimentazione di altre parole pronunciate da chi, morto, così come ora i vivi, condivide il tuo stesso cielo, la tua stessa terra.

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Pochi popoli hanno vissuto ancorati ai buoni e cattivi presagi nell’andamento della vita quotidiana come gli antichi romani. In ogni momento del giorno o della notte poteva presentarsi un segno di cattivo auspicio. Se un romano inciampava sulla soglia di casa, pensava che quel giorno fosse meglio non uscire. Se durante un banchetto si udiva il canto di un gallo, si smetteva di mangiare e si facevano scongiuri per allontanare il presagio negativo.
Accadeva lo stesso negli affari pubblici. Prima di riunire un’assemblea, eleggere un magistrato o andare in battaglia si considerava imprescindibile consultare la volontà degli dei per assicurarsi risultati favorevoli.
A tal fine, veniva utilizzata una particolare pratica di divinazione: gli auspici, ovvero l’osservazione degli uccelli — dal latino auspicium o avispicium —, più concretamente del loro volo o del canto.
Come asserì il filosofo e politico Cicerone, dall’abolizione della monarchia all’instaurazione della repubblica «a Roma nessuna decisione riguardante lo stato, in pace come in guerra, si prendeva senza essere prima ricorsi agli auspici».
La pratica degli auspici risale alle origini dell’Urbe. Secondo il noto racconto della fondazione di Roma, i fratelli Romolo e Remo decisero di consultare gli auspici per sapere chi dei due dovesse fondare la nuova città. Remo si posizionò sul colle Aventino e avvistò sei avvoltoi, mentre Romolo dal Palatino ne scorse il doppio. Romolo e Remo furono considerati i primi àuguri, sacerdoti incaricati dell’interpretazione dei segni degli uccelli. A Numa Pompilio, secondo re di Roma, fu attribuita più tardi la fondazione del collegio augurale. In origine il collegio era presumibilmente composto da tre membri, numero che Tarquinio portò a sei e che raggiunse i sedici membri nel I secolo a.C. Per molto tempo l’accesso a questo incarico fu limitato ai patrizi, l’aristocrazia che dominava Roma sin dalla costituzione della repubblica. Tuttavia, nel 300 a.C. una legge riservò ai plebei cinque dei nove posti di cui allora il collegio era composto.
Determinanti per tutta l’epoca imperiale, gli àuguri si riconoscevano da due segni distintivi: il lituus o lituo, un bastone arcuato all’estremità superiore, e la trabea, un tipo di toga con le strisce di color rosso brillante e l’orlo porpora.
Si ritiene che il lituo di Romolo fosse custodito nella curia dei Salii, sul Palatino, e che fosse miracolosamente scampato all’incendio che aveva bruciato il recinto nel 390 a.C., quando Roma fu invasa dai galli. Quando questi ultimi abbandonarono la città l’importante reliquia apparve sul pavimento dell’edificio incendiato senza aver subito alcun danno.
Il lituo era emblematico per il potere della repubblica e veniva persino raffigurato sulle monete.
La scienza augurale godeva di grande prestigio a Roma, grazie al particolare legame che questa aveva con Giove, che si consultava e invocava dall’alto del colle. Tuttavia, occorre ricordare che gli àuguri non erano intermediari tra gli dei e gli uomini ma, come sostiene Cicerone, «interpreti degli dei». Infatti, i veri intermediari (internuntiae Iovis) di cui si serviva il dio per comunicare con gli uomini erano gli uccelli, non gli àuguri.
I romani non erano gli unici nell’antichità a consultare gli dei sul futuro.
Com’è risaputo, i greci avevano molti oracoli, come quelli dei santuari di Zeus a Olimpia o di Apollo a Delfi. Anche i romani avevano un oracolo, quello della Sibilla Cumana. I responsi della pitonessa (pizia) si basavano sui libri di profezie portati a Roma dai primi re della città, e che furono in seguito consultati dai magistrati, i decemviri, ogni volta che nell’Urbe si prospettava una sventura.
Le cronache raccontano che i Libri sibillini furono consultati in occasione delle copiose piogge di pietre su Roma. Il responso, confermato dall’oracolo di Delfi, fu di portare a Roma, dalla città di Pessinunte (in Asia Minore), un betilo o pietra sacra, che rappresentava la dea Cibele.
All’infuori di questi libri, la divinazione romana era ben lontana dal competere con quella greca o etrusca.
L’augure osservava e interpretava i segni offerti dagli uccelli, senza preoccuparsi di prevedere o annunciare il futuro. Chiedeva a Giove d’inviargli un segno per capire se fosse lecito intraprendere una guerra, celebrare un’assemblea o nominare un sacerdote.
La risposta della divinità poteva essere solo affermativa o negativa, e non illuminava mai sul futuro. L’auspicio aveva infatti la sola finalità di conoscere la volontà di Giove, ovvero di sapere se la divinità approvasse o meno i progetti dei politici e dei militari romani, e non cosa riservasse alla città il destino. Il responso aveva inoltre una validità precisa, scadeva alla fine del giorno, anche se si poteva ripetere quello successivo o in altri momenti. L’augure romano non era, pertanto, un indovino con il ruolo di predire il futuro. A Roma la funzione più propriamente divinatoria veniva compiuta dall’aruspicina — antica scienza introdotta dagli etruschi — e dall’astrologia.
Gli auspici si potevano racchiudere in due tipologie. Gli auspicia oblativa erano quelli che si presentavano inaspettatamente, come potevano essere i lampi o i tuoni, definiti ex caelo, ovvero segni del cielo. Venivano considerati molto sfavorevoli poiché rappresentavano l’interruzione della pace con gli dei (pax deorum) ed erano interpretati come il segno che doveva impedire o annullare un determinato progetto. Se si verificavano durante i comizi o una sessione al senato, bisognava interrompere immediatamente l’evento. Questo tipo di auspici poteva essere percepito e interpretato da chiunque.
La seconda tipologia era costituita dagli auspici richiesti (auspicia impetrativa), ovvero compiuti da un magistrato con diritto di auspicio, come un console o un pretore. Era uno di loro a “osservare” o “ricevere il segno” inviato dagli dei, sempre con l’aiuto dell’augure che, in qualità di “esperto” o di “consigliere”, interpretava i segni diretti al magistrato. Il magistrato doveva pertanto sottostare ai responsi degli àuguri, con conseguenze rilevanti, dato che questi potevano paralizzare o ritardare i propri piani.
Per la richiesta di auspici si rispettava un procedimento ben disciplinato. I sacerdoti si posizionavano nell’auguraculum, uno spazio quadrangolare di piccole dimensioni, generalmente recintato e con un’unica entrata, e posto in cima a un colle. Al centro si innalzava una tenda o capanna, con all’interno una sedia in pietra su cui prendeva posto l’augure. Da qui tracciava con il lituo uno spazio celeste immaginario, o templum, e procedeva con l’osservazione. La richiesta si compiva all’alba e in assoluto silenzio. Qualsiasi rumore, la caduta di un oggetto, lo squittio di un topo o semplicemente un errore del celebrante nel recitare la formula annullava gli effetti del consulto.
L’orientamento nord-sud ed est-ovest era fondamentale dato che divideva lo spazio celeste in quattro porzioni proiettate in forma immaginaria sulla terra, il templum terrestre. Forse guardando verso sud l’augure osservava gli uccelli entrare nel templum: quelli favorevoli venivano da sinistra, e quelli sfavorevoli da destra. Gli àuguri esaminavano non solo il volo ma anche la specie di uccelli in questione. Gli alites (avvoltoio, aquila, falco), per esempio, esprimevano segnali attraverso il volo ed era importante considerare la “regione” in cui comparivano, l’altezza e le tipologie di volo, nonché il luogo in cui si posavano. Invece gli oscines (corvo, cornacchia, gufo) davano segni attraverso il canto e se ne valutava il tono, la direzione del suono o la frequenza. In entrambi i gruppi esisteva una gerarchia tra gli uccelli, in cui l’aquila e il picus (ovvero il picchio) assicuravano gli auspici più significativi.
Gli auspici erano precettivi in numerose circostanze della vita dello stato romano. Si effettuavano, per esempio, nell’assunzione delle funzioni dei principali magistrati, come consoli, censori e tribuni militari. Nel caso di magistrati eletti, se gli auspici non erano favorevoli bisognava rinunciare all’incarico, anche se comunque la consultazione si poteva ripetere un altro giorno. Cicerone ricorda la capacità degli àuguri di sciogliere le assemblee o il senato, di annullare le sessioni già iniziate e persino di riuscire a far sì che i consoli rinunciassero al loro mandato. Infatti, secondo Cicerone bastava una semplice formula: «A un altro giorno».
Anche sul campo di battaglia era obbligatorio consultare gli auspici prima di entrare in combattimento. Tito Livio racconta che, durante la guerra tra Roma e la città etrusca di Veio, agli inizi del IV secolo a.C., l’esercito romano non poté sferrare l’attacco, nonostante gli etruschi aspettassero rinforzi, poiché il dittatore Camillo «fissava con insistenza la cittadella, da dove gli àuguri dovevano inviare il segnale convenuto, non appena i presagi fossero stati propizi». Quando i romani cominciarono a combattere lontano dalle città, la comunicazione con gli àuguri diventò più difficile. Difatti, prima di partire per una campagna i generali disponevano una cerimonia nel Campidoglio che li legittimasse a consultare gli auspici di guerra fuori dai confini della città.
Nel I secolo a.C., l’ultimo della repubblica, la scienza augurale entrò in crisi o, forse, si trasformò per adattarsi ai nuovi tempi. Gli auspici tradizionali furono sostituiti dalla tecnica del tripudium, che consisteva nell’osservazione dell’appetito e del comportamento dei polli sacri. Se all’uscita dalla gabbia in cui erano rinchiusi i volatili mangiavano con avidità i chicchi appena gettati, e qualche granello si staccava dal becco e cadeva a terra, allora il presagio era favorevole. Se, al contrario, non avevano appetito o battevano le ali, il presagio era sfavorevole. La spiegazione del cambiamento risiede probabilmente nella semplicità del nuovo metodo, in contrasto con la complessità dell’osservazione e interpretazione degli uccelli augurali. Al tripudium ricorrevano i capi militari e i magistrati che non avevano diritto di auspicio. Questi ultimi disponevano di un assistente per compiere l’osservazione, il pullarius.
In quegli anni sembra che si consultassero i polli sacri in diverse occasioni, sul campo di battaglia o prima d’iniziare una sessione in senato. La popolarità del metodo è dimostrata dal fatto che l’imperatore Augusto si facesse ritrarre con i polli sacri in opere come il Cammeo di Colonia o nell’altare dei lari del Vicus sandalarius, quartiere dei fabbricanti di sandali a Roma. Ciononostante, erano in molti a sostenere che questo metodo non avesse lo stesso valore degli auspici tradizionali. Cicerone, che oltre a essere un politico e filosofo era anche un augure, lamentava che non si osservassero più a cielo aperto uccelli nobili e grandi come l’aquila ma semplici polli chiusi in gabbia.
Agli inizi del II secolo a.C. il senato importò a Roma una nuova categoria d’indovini: gli aruspici etruschi.
Si tratta di un caso eccezionale, difatti poche società antiche concedevano a un sacerdote di nazionalità straniera — in questo caso etrusca — di partecipare alle questioni religiose e politiche nazionali, in più Roma e l’Etruria erano state potenze nemiche irreconciliabili per oltre due secoli. Il sacerdozio degli aruspici era prestigioso e inizialmente era legato alle famiglie aristocratiche etrusche, sostituite con il passare del tempo da aruspici di origine romana o latina che agivano come consiglieri di governatori provinciali e imperatori, funzionari delle città o indovini dell’esercito romano.
Gli aruspici utilizzavano tre tecniche divinatorie: l’aruspicina o osservazione delle viscere delle vittime sacrificali, l’interpretazione del significato dei fulmini e l’interpretazione di fenomeni quali terremoti, eclissi solari, passaggio di comete, nascita di bambini con malformazioni o di animali con due teste… Gli aruspici diventarono famosi per tutte e tre le tecniche ma la più importante fu senza dubbio l’aruspicina. Questa pratica divinatoria incentrava l’attenzione sul fegato, una delle sei viscere estratte dall’animale (le altre erano milza, stomaco, reni, cuore e polmoni). Anzitutto, si osservava la posizione all’interno del corpo e, dopo l’estrazione, si analizzavano il colore e l’aspetto esterno. Con una postura rituale caratteristica, l’aruspice teneva il fegato nella mano sinistra e lo palpava con la destra mentre poggiava il piede sinistro su una roccia. Il fegato doveva orientarsi sempre verso sud. Per determinare la divinità corrispondente e il significato di qualsiasi anomalia o deformità l’indovino era solito servirsi di uno strumento ausiliario, un fegato di bronzo di piccole dimensioni come il “fegato di Piacenza”. Ritrovato nel 1877, presenta i nomi delle divinità iscritti nei “registri” o “caselle” (sedes deorum) nelle diverse sezioni dell’organo.
Nel I secolo a.C. furono introdotte altre forme di divinazione provenienti dall’estero, ovvero l’astrologia, l’interpretazione dei sogni o le tecniche profetiche di engastrymithoi (ventriloqui) e harioli (indovini). In epoca imperiale si diffusero profezie e oracoli, con circoli di profete germane (Veleda, Ganna, Aurinia) o druidi galli (Maricco) che annunciavano la fine di Roma. Quando il tempio di Giove Capitolino subì un nuovo incendio nel 69 d.C., i druidi interpretarono il fuoco come un segno della collera degli dei e profetizzarono non solo l’imminente fine dell’impero, ma anche la nuova egemonia dei galli.
Tuttavia, àuguri e aruspici mantennero le loro funzioni fino alla fine dell’impero. Ancora nel 410 d.C. offrivano i loro servigi al prefetto di Roma per frenare l’invasione dei barbari di Alarico richiamando i fulmini contro l’esercito nemico.
Quella volta il tentativo non funzionò.

Fonti:  Una parola al giorno 
National Geographic

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