La bibbia: un libro ricco di prosa e poesia.

Chi segue questo blog sa che mi piace condividere anche articoli che magari sfiorano solamente il filo conduttore degli argomenti che propongo ma che possono essere interessanti e spunto di riflessione.
È il caso di questo articolo che è stato pubblicato sul giornale on-line L’Inkiesta.

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Non è la ragione per cui è famosa e letta in tutto il mondo, ma la Bibbia possiede anche un’altissima qualità letteraria.
Purtroppo si tratta di un aspetto che, nella maggior parte delle traduzioni, scompare.
Gli studiosi, interessati a rendere la verità (per chi ci crede) religiosa del testo, e per questa ragione concentrati sull’esattezza filologica della resa, dimenticano, in quanto superfluo, la ‘ricamatura’ artistica, il ritmo, i suoni e la cura, poetica, della scelta lessicale.
È del resto un destino di tutte le opere letterarie: la traduzione è un tradimento, certo.
Ma si cerca sempre, nel limite del possibile, di ricreare nella lingua di destinazione un effetto simile.
Con la Bibbia no, perché l’aspetto religioso prevale.
Ed è (sia permessa la battuta) un peccato.
Certo, il carattere ‘cosmogonico’ della Genesi non viene intaccato se il traduttore, scegliendo di definire la Terra all’inizio dei tempi come “informe e deserta”, tralascia il gioco di parole dell’originale ebraico, che era “tohu wavohu”.
La prima significa “vuoto/inutilità”, la seconda è un’invenzione occasionale, messa lì solo per la rima.
Sarebbe una frase del genere “hocus pocus”, o alla lettera “informe-orme”, giusto per sottolineare, con la sonorità ripetuta, quasi un’eco, l’immensità del vuoto.
Non viene tradotto, non viene reso. E pazienza.
Al tempo stesso, non succede niente se viene cancellata ogni trovata ritmica, sonora, immaginifica di Isaia, che era un profeta ma soprattutto un poeta.
Scriveva in 1, 23: “I tuoi capi sono ribelli”, concetto che riprende l’ebraico “sarayikh sorerim”, in cui la ripetizione del suono “s” e “r” ha un effetto potente, del tutto perso in italiano.
Tradurre “i tuoi duci irriducibili”, che mantiene il gioco fonico, sarebbe comunque sgraziato (e comunque impossibile).
Altro caso è quello di 5,7: “Egli si aspettava giustizia/ ed ecco spargimento di sangue,/ attendeva rettitudine/ ed ecco grida di oppressi”.
Qualcuno potrebbe sospettare che “giustizia”, nel testo originale, è reso con la parola “ismishpat” e che “sparimento di sangue” è, invece, “mispah”?
Difficile. Invece “rettitudine” è “istsedaqah” e le grida sono “aqah”.
Suonerebbe “Egli si aspettava ismishpat/ ed ecco mispah, /Attendeva istsedaqah,/ ed ecco aqah”… tutta un’altra cosa.
Insomma, tutto il testo, sia nella prosa che nella poesia, è ricchissimo di sfumature, giochi verbali, invenzioni linguistiche che, come succede in ogni traduzione, vanno persi.
È un tesoro inestimabile: chi conosce l’ebraico antico, lo potrà scoprire con una semplice lettura.
Chi non lo sa, dovrà fidarsi. Più o meno come si fa da 2.500 anni a questa parte.

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