La cleromanzia.

Un metodo utilizzato nel mondo antico per predire il futuro era la cleromanzia, ossia l’arte di divinare per mezzo di oggetti (detti sortes) mescolati e tratti a caso.
Posta sotto la protezione del dio Apollo la cleromanzia faceva uso di oggetti come dadi, piccoli bastoni, frecce, sassi o fave.
Anche gli astragali, ossia le ‘ossicina’ del tarso posteriore di pecore o montoni, utilizzate normalmente, specie durante l’ellenismo greco, per vari tipi di gioco (centrare una piccola fossa scavata nel terre no; indovinare se pari o dispari estraendoli da una sacca; realizzare varie combinazioni di lettere o immagini facendoli cadere a terra) avevano una funzione divinatoria.
In Grecia e nella Roma dell’impero venivano utilizzati, infatti, per porgere domande alla divinità: ogni combinazione che si formava dalla gettata dei “dadi” corrispondeva ad un responso.
Pare che inizialmente, per interrogare le sortes, venissero utilizzati dei ciottoli di pietra, il cui esemplare più antico proviene da Cuma ed è datato al VII secolo a.C.
Questo ciottolo di Cuma presenta un testo iscritto a spirale, in cui si invita il consultante a non insistere nel chiedere responsi:

«Era non permette che si torni a interpellare l’oracolo».

In un secondo momento i ciottoli vennero rimpiazzati con dischi realizzati in piombo o in bronzo, poi con verghe lignee o metalliche.
In età classica, infine, il testo di risposta venne iscritto su tavolette, cosa che permise ad esso di assumere dimensioni più ampie.
Sulle sortes potevano essere incisi simboli, numeri, lettere, ma anche epigrafi, come nel caso delle tavolette di piombo, che coprono il lasso di tempo che va dal VI al II secolo a.C., scoperte nel santuario di Zeus a Dodona, in Epiro.
Da uno dei tanti excursus presenti in Erodoto apprendiamo che l’arte divinatoria era tenuta in grande considerazione anche presso le popolazioni della Scizia .
Gli indovini Sciti erano soliti utilizzare «un gran numero di bacchette di salice: dopo averne portato grossi fasci, postili per terra li svolgevano e deponendo una ad una separatamente ciascuna verga pronunciavano vaticini».
Che la mantica avesse, anche presso queste popolazioni, un gran peso nelle decisioni da prendere scaturisce dall’atroce morte riservata a quegli indovini che erravano il responso, nonché ai “falsi indovini”: «Quando il re degli Sciti è ammalato, manda a chiamare tre indovini, i più rinomati.
Essi dicono in genere per lo più questo, che il tale o il tal altro, e ne danno il nome, ha commesso spergiuro giurando per i focolari reali.
Gli Sciti hanno infatti l’uso di giurare specialmente per i focolari reali quando vogliono fare il giuramento più solenne.
Subito catturato viene condotto dinanzi al re colui che essi dicono che ha commesso spergiuro e una volta giunto, gli indovini lo accusano dicendo che dalla divinazione risulta che egli ha commesso spergiuro giurando per i focolari reali, e che per questo il re è ammalato.
Quello nega dicendo di non aver spergiurato e si lamenta.
Al diniego di costui, il re fa chiamare altri indovini in numero doppio, e se anche questi ricorrendo alla divinazione condannano l’uomo come spergiuro subito gli tagliano la testa e i primi indovini se ne dividono i beni; se invece gli indovini venuti in un secondo tempo lo dichiarano innocente, si presentano altri indovini ed altri ancora in gran numero.
Se la maggioranza assolve l’uomo è stabilito che i primi indovini devono morire.
Essi vengono fatti morire nel modo seguente: riempito un carro di legna e aggiogativi dei buoi, dopo aver messo gli indovini in ceppi e aver loro legate le mani dietro la schiena e otturata la bocca, li cacciano in mezzo alla legna e, appiccato il fuoco, lasciano andare i buoi spaventati.
Molti buoi bruciano insieme con gli indovini, molti invece pur mezzo bruciati riescono a fuggire quando sia bruciato il timone del vogliono fare il giuramento più solenne.
Subito catturato viene condotto dinanzi al re colui che essi dicono che ha commesso spergiuro e una volta giunto, gli indovini lo accusano dicendo che dalla divinazione risulta che egli ha commesso spergiuro giurando per i focolari reali, e che per questo il re è ammalato.
Quello nega dicendo di non aver spergiurato e si lamenta.
Al diniego di costui, il re fa chiamare altri indovini in numero doppio, e se anche questi ricorrendo alla divinazione condannano l’uomo come spergiuro subito gli tagliano la testa e i primi indovini se ne dividono i beni; se invece gli indovini venuti in un secondo tempo lo dichiarano innocente, si presentano altri indovini ed altri ancora in gran numero.
Se la maggioranza assolve l’uomo è stabilito che i primi indovini devono morire. Essi vengono fatti morire nel modo seguente: riempito un carro di legna e aggiogativi dei buoi, dopo aver messo gli indovini in ceppi e aver loro legate le mani dietro la schiena e otturata la bocca, li cacciano in mezzo alla legna e, appiccato il fuoco, lasciano andare i buoi spaventati.
Molti buoi bruciano insieme con gli indovini, molti invece pur mezzo bruciati riescono a fuggire quando sia bruciato il timone del carro. Ardono in tal modo gli indovini anche in altri casi, chiamandoli falsi indovini. E di quelli che manda a morte, il re non risparmia neppure i figli, ma uccide tutti i maschi, mentre alle femmine non fa alcun male». Anche nell’Italia antica le decisioni più importanti venivano rimesse alla casualità. I Romani veneravano, come protettrice della sorte, la dea Fortuna, poi identificata con la Tyche del mondo greco . Adorata in molti templi, a Roma la dea della sorte favorevole o avversa, era rappresentata sotto diverse sembianze e nominata con vari epiteti, tanti quanti erano i tipi di protezione che le venivano attribuiti: Fortuna Publica, Fortuna Equestris (dei cavalieri), Fortuna Muliebris (delle donne), Fortuna Libera (degli uomini), Fortuna Liberarum (dei figli), Fortuna Virginalis (delle fanciulle), Fortuna Averrunca (che allontana la sventura), Fortuna Blanda (benigna), Fortuna Barbata (che fa passare dalla fanciullezza alla virilità), Fortuna Comes (guida dei viaggiatori), per citare gli epiteti più conosciuti.

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