La vera bibbia è quella greca?

Chi frequenta questo blog sa che mi piace condividere con il mio pubblico anche alcuni articoli storici e filosofici che mi hanno incuriosito o fatto riflettere e che sembrano (ma in realtà non è così) un po’ lontani dal filo conduttore degli argomenti che solitamente tratto attraverso queste pagine.
Oggi ve ne voglio proporre uno che proviene dal sito e dalla penna di Maurizio Blondet (www.maurizioblondet.it) le cui idee sono spesso (direi quasi sempre) opposte alle mie ma a cui riconosco un coerenza intellettuale che appartiene realmente a pochi; inoltre ritengo alcuni suoi pezzi realmente geniali e dal contenuto affatto banale o scontato.
Vi propongo l’articolo che segue perché pone un interessante focus su un dibattito storico / intellettuale che mi interessa moltissimo (e quindi a maggior ragione lo condivido con voi) cioè che la vera bibbia (io direi la più coerente) è quella greca e non quella ebraica.
Buona lettura.

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Israel Shamir, il grande convertito, ha raccontato di aver ricevuto da un santo Staretz russo un compito paradossale e geniale: la traduzione in ebraico della Bibbia greca.
Quella cioè che fu editata sotto Tolomeo Filadelfo (un diadoco di Alessandro che regnò dal 285 al 246 a.C.) da eruditi ebraici (miticamente ‘i Settanta’) in Alessandria d’Egitto, capitale dell’ellenismo.
Perché geniale? Le Chiese ortodosse hanno adottato una volta per tutte quella Bibbia in greco. I cattolici a cominciare da San Girolamo (che cosa gli saltò in mente?) sono andati a cercarsi il presunto originale ebraico: ed hanno preso come originale i testi “masoretici”. Che sono non solo molto più tardi rispetto alla Bibbia greca dei Settanta – furono raccolti e rielaborati da rabbini nel nono secolo dopo Cristo, sulla base di testi antichi ma comunque risalenti ad almeno il 150 d. C. – ma sono stati ricomposti in polemica col cristianesimo, e dunque tendenziosamente attenuando o oscurando i passi che alludono ad un Messia troppo simile al Nazareno. Gerolamo studiò l’ebraico pagando (“a caro prezzo”) un giudeo, e la sua nuova Bibbia in latino dall’ebraico è ancor oggi la base delle posteriori Bibbie, anche protestanti.
Con ciò, dicono gli ortodossi, i romani hanno reso i giudei “custodi e sorveglianti del loro primario sacro testo”: da qui la dipendenza culturale e la continua tentazione giudaizzante del cattolicesimo, da ultimo la sua piena giudaizzazione, con effetti politici e metapolitici patologici: basti pensare alla “sacralizzazione” dello Stato sionista, la legittimazione del suo razzismo sterminatore, e il peso che si lasciano assumere alle lobbies ebraiche. L’Ortodossia ne è esente perché sta contenta della sua Bibbia greca. “La traduzione” non è un atto meccanico, scrive Shamir: il traduttore “stampa nel testo il suo spirito.
Lo spirito ellenico trova espressione nei Settanta, mentre lo spirito giudaico è quello che si esprime nei masoretici”. Ma questo non basta: Shamir sostiene – e lo prova con varie citazioni – che quando i Vangeli e lo stesso Gesù citano passi biblici, è la Bibbia greca (più precisamente, l’originale ebraico da cui fu tratta, detto dai linguisti H70) quella che citano.
Per esempio quando Matteo (12:21) cita Isaia: “Nel Suo nome i gentili fideranno”, ciò è consonante con la Bibbia greca, ma non con quella ebraica, che legge Isaia in questo modo: “Le isole aspetteranno la sua legge” (Isaia 42:4). Il Salmo 21: 17 era per i cattolici: “…hanno forato le mie mani e i miei piedi”. La Bibbia CEI, per compiacere i giudei, riporta: “hanno scavato le mie mani e i miei piedi”, ovviamente cancellando il significato di profezia messianica, del Messia crocifisso. Se poi si è in grado di leggere la Bibbia masoretica nella sua lingua, si trova al verso 17 qualcosa di ancor più insensato: “ “ka’ari yaday weragelay” significa letteralmente: come un leone le mie mani e i miei piedi”. Generazioni di talmudisti si sono scervellati per dare un senso a queste parole, senza arrivare ad un accordo. S’intende che dovunque è questione di un figlio nato da una Vergine, la Bibbia masoretica, nata per smentire i cristiani, dà “giovinetta”, giovane fanciulla.
L’originale che Cristo citava, lo H70 da cui ipoteticamente nacque la Bibbia greca, è perduto; fatto sparire dagli ebrei malevoli. I Settanta – imbevuto dell’universalismo ellenico, intinto di platonismo e di più alta spiritualità – non l’hanno potuto far sparire. Ce n’erano troppe copie in circolazione, e – soprattutto – l’avevano tradotto loro, i loro stessi savi anziani, e dunque era difficile rigettarlo come un’invenzione cristiana. Tra l’altro, s’è scoperto che la Settanta in greco è più fedele ai testi trovati a Qumram delle Bibbie “attuali” influenzate dagli ebrei… La “ritraduzione” dei Settanta fatta da Shamir sarebbe dunque in certo senso la ricostruzione dello H70, e allora se ne vedrebbe la differenza – la superiorità – rispetto ai testi masoretici messi insieme secoli più tardi. Il più antico manoscritto masoretico, la cosiddetta Bibbia di Leningrado, risale al 1008 dopo Cristo…
Ma anzitutto sale la domanda: come mai gli ebrei del 280 avanti Cristo hanno ritenuto di tradurre il greco le loro Scritture? La risposta che i greci di Alessandria (più numerosi di quelli abitanti in Terrasanta) non capivano più l’aramaico in cui era scritta la Legge, anche se vera, è insufficiente.
Bisogna cogliere la sfida morale, intellettuale e spirituale che la conquista di Alessandro Magno ha rappresentato per le etnie e le culture che ha inglobato. Culture spesso altissime e di immensa antichità, prima chiuse in se stesse o piuttosto auto-contenute in sé, si sono aperte al confronto con altre.
Per capire come ciò avvenne, bisogna entrare nella celebre Biblioteca di Alessandria, la più grande del mondo, raccolta dall’insaziabile curiosità, una vera bulimia intellettuale, dei generali ellenici ormai mondializzati da Alessandro Magno conquistatore. A quei tempi, la lettura mentale e privata era ignota; si leggeva ad alta voce. Sicché ogni consultazione diventava una lettura pubblica. Dovevano essere continue letture pubbliche; attorno al lettore si sarà formato un capannello di curiosi e interessati; in quelle teste entravano ogni sorta di scoperte e idee nuove, su argomenti scientifici, geografici, storici, religiosi, che suscitavano in quelle stesse teste una imprevista effervescenza di domande e polemiche. Nascevano così, di sicuro, dispute intellettuali, che venivano condotte secondo un ben noto schema consacrato: il modello delle domande bonariamente provocatorie inaugurato secoli prima da Socrate, e pubblicizzato da Platone.
Insomma la Biblioteca di Alessandria era una università senza pari, pubblica, gratuita, e dove anche i (pochi) analfabeti e (moltissimi) stranieri imparavano spontaneamente – anzitutto la duttile lingua greca – e la stessa cultura ellenica: Omero e Socrate, Platone e Aristotile, Erodoto e Tucidide gli storici, e il metodo della discussione, del confronto critico. Negli stranieri colti, tipicamente scribi e appartenenti a caste sacerdotali, questa effervescenza culturale fu come un scossa elettrica, o una pioggia fertilizzatrice. In un certo senso, le culture altre presero coscienza di sé, divennero desiderose di comunicarsi a stranieri, confrontarsi con le altre e mostrare la loro superiore dignità, specialmente in confronto alla cultura ellenica, di cui sentivano – e non potevano negare – l’immenso prestigio. Lo fecero usando la lingua greca e la metodologia greca: il racconto storico-filosofico.
Fu nello stimolante clima culturale della Biblioteca di Alessandria che nacquero importantissimi storici stranieri.
Beroso, un sacerdote babilonese di Marduk nato verso il 350 a.C., scrisse la Storia di Babilonia (Babyloniaka) per dimostrare che la cultura della sua nazione, caldea, nulla aveva da invidiare alla sapienza greca, poco – se per quello – dell’India, fatta conoscere da un viaggiatore ellenico, Megastene, primo entusiasta della cultura indù in Occidente. Beroso narra di come una strana creatura venuta dal cielo, un uomo-pesce Oannes, insegnò la civiltà e la tecnica ai primi uomini, che vivevano come fiere; racconta le lotte primordiali fra gli dèi, poi il Diluvio: tratto dal poema nazionale antichissimo, Enuma Elish. Elenca le liste dei re: quelli assiri, poi i neo-babilonesi, e i persiani, fino ad Alessandro. Per questo, poté consultare archivi babilonesi risalenti al 1600, se non al 1800 avanti Cristo, che ancora esistevano conservati nei santuari caldei. Beroso, dimostrato così che la sua nazione godeva di una rivelazione divina più antica delle altre, specie dei greci, dedicò il suo libro – in greco – ad Antioco I, ellenicissimo governatore di Siria nel 293 a. C.
Manetone era un sacerdote egizio, che operava in un tempio egizio di Ierapolis; fu d’aiuto al regime ellenistico nell’operazione altamente politica di introdurre ufficialmente il culto di Serapide, divinità utilmente ibrida accettabile da egizi come da greci. Anche lui scrisse la sua Storia dell’Egitto (Aἰγυπτιακά, Aigyptiaká) di cui ci restano frammenti. Frammenti preziosi perché Manetone – come Beroso, poteva accedere ad archivi millenari della civiltà faraonica – ci ha lasciato una relazione notevole delle trenta dinastie imperiali che governarono l’Egitto. Non si lasciò mancare anche un attacco polemico agli ebrei (che ad Alessandria erano una torbida maggioranza odiosa per le sue pratiche usurarie e il suo strapotere) raccontando come i loro antenati erano “i lebbrosi”che il farone Amenofi radunò nel delta del Nilo a lavorare per lui, senza che potessero contaminare gli egizi. Inutile dire che anche Manetone scrisse in greco, e dedicò il suo libro ai suoi sovrani e datori di lavoro, Tolomeo Sotér e Tolomeo Filadelfo (320-246 a. C.)
E gli ebrei? La potentissima, turbolenta, ricca ed arrogante comunità alessandrina non voleva essere seconda a nessuno nella dimostrazione della superiorità della sua cultura, della sua Legge. Ci restano testi divertenti di autori ebraici totalmente subalterni alla cultura greca, che si vantano in greco dell’eccellenza delle loro Scritture. Un tizio chiamato Ezechiele il Tragico, scrisse una tragedia scopiazzando lingue e modi di Sofocle ed Eschilo in cui Mosé era il protagonista. Titolo dell’opera, ovviamente, era quello che sarà un di film di successo nella Hollywood ebraica di duemila anni dopo: “Exodus” (Exagoghe). Un tal Aristobulo scrisse libri per dimostrare che non solo Omero ed Esiodo erano stati ispirati dal Mosè e dalle sue gesta, ma “si vede bene che Platone ha copiato la nostra Legge (…) così come Pitagora traspose molti dei nostri dogmi facendoli passare nella sua dottrina”. Un certo Artapano, giudeo proveniente dalla Persia, redasse la sua Ioudaikà (storia degli ebrei) e Perì Ioudaion, dove dimostrò senza ombra di dubbio che era stato Abramo ad insegnare al Faraone l’astrononomia (una eccellenza tipicamente egizio-caldea), e che Mosè era stato il vero maestro di Orfeo….
Tutta tipica “narrativa” ebraica, di cui erano e sono maestri. Ma non bastava: per convincere il mondo della superiorità ebraica bisognava tradurre il loro testo sacro . Anche se ciò significava esporlo al giudizio di classi dirigenti molto evolute e critiche esponenti di una cultura che aveva prodotto – e ancora produceva – capolavori d’arte, poesia e letteratura, oltre che ineguagliabili testi di filosofia e meditazione religiosa. Per di più, dentro la capitale dell’ellenismo dove esisteva la più grande e vivace biblioteca del mondo antico, quindi era un centro impareggiabile di dibattiti intellettuali e (diremo oggi) “mediazione culturale” e cosmopolitismo. I cosiddetti Settanta lo fecero. Approfittando per dare una robusta aggiustata alle loro raccolte di memorie etniche. Ne fecero una traduzione assai libera per affinarne lo stile, omettendo le troppe ripetizioni e ridondanze, e volte interi periodi; le narrative favolistiche e leggendarie o “storiche” furono drammatizzate all’uso greco; a Mosè fecero assumere la figura del legislatore primigenio come, nell’ellenismo, ogni città aveva il suo: Sparta Licurgo, Cnosso Minosse, eccetera. Rimpolparono il loro mito della creazione avendo sott’occhio Beroso e la sua descrizione della “Genesi Accadica”, un poema risalente al 1600 a.C., dove è questione di un dio che viene sacrificato perché col suo sangue mescolato a fango, la dea Nintu possa formare il primo uomo, e dove viene descritto il Diluvio con cui gli dei tentarono di sterminare l’intera umanità.
Inoltre, i Savii traduttori misero un po’ di sordina al tribalismo più rozzo e provinciale, iniettando – in una religione che credeva che esiste un solo Dio da adorare in un solo tempio, e che Esso protegge un solo popolo del vasto mondo – una buona dose di universalismo secondo la temperie dell’epoca, quella appunto della scoperta reciproca delle culture antiche nel senso di appartenenza alla comune umanità. A tale universalismo per loro inedito, i Savii diedero la forma di messianismo accentuato: l’attesa di una palingenesi dei tempi e di un re universale, allora acuta anche fra le altre nazioni. Soprattutto, come ha scritto il biblista Francesco Bianchi per il libro di Ester (ma ciò vale per tutta la Settanta), “diedero una forte orientazione teologica alla Scrittura, onde colmarne le carenze religiose del testo ebraico inserendovi elementi religiosi assenti”. Carenze religiose nella Bibbia? Proprio così: nell’originale non si trova alcuna nozione sulla vita dopo la vita, nessuna domanda sull’aldilà, nulla sull’immortalità dell’anima, che era tanto importante nel pensiero platonico. Gli ebrei non sono occupati che dal successo nel mondo di qua. Naturalmente non trascurarono di prendersi qualche rivincita su detestati egizi, che costituivano tanta parte della popolazione di Alessandria, quindi loro vicini di casa: la figura da stupidi che fanno fare al popolo egizio (da cui si sarebbero fatti prestare l’argenteria a prima di scappare nel deserto – Es 12,35-36; cfr. Es 3,21-22 e 11,2) riecheggia probabilmente un’animosità molto tipica della contrastata convivenza nella megalopoli ellenistica.
Fu un lavoro duro, che durò (si dice) un ventennio. Ma il risultato, con l’aiuto dello Spirito Santo, fu egregio: ne venne fuori la Scrittura senza la quale il messaggio di Gesù, la Buona Notizia, sarebbe stato incomprensibile al vasto mondo pagano. Oltretutto, questa Bibbia così opportuna era stata scritta due secoli prima che Cristo nascesse; da ebrei non da cristiani, che ancora non esistevano; per di più, la pubblicazione nella lingua internazionale, fissò le Scritture, sottraendola ai continui rimaneggiamenti, aggiunte ed inserzioni cui era soggetta la Bibbia (a cosa credete servissero gli “scribi” che i Vangeli citano sempre insieme ai farisei? “Scribi e farisei ipocriti!”) finché fu limitata all’etnia giudaica.
Si aggiunga un evento di importanza capitale: il gran sacerdote di Gerusalemme, dal Tempio, sancì che quella traduzione dei Settanta era divinamente ispirata tanto quanto quella aramaico-ebraica, se non di più: del resto era stato il Tempio a selezionare i “settanta” traduttori. Sicché gli ebrei potevano salmodiarla nelle loro sinagoghe senza dubitare della sua sacralità. Come infatti fecero per un paio di secoli, rassicurati dalla sanzione ufficiale della loro più alta autorità religiosa, finché la comparsa del Nazareno non li indusse a tornare e a rinchiudersi nell’aramaico – ormai accessibile solo ai loro specialisti. Come dice Shamir, vollero “riprivatizzare” la Legge, pretendere la proprietà privata sulla Rivelazione e l’accesso in esclusiva al Creatore. ”Maledetto chi rivela i nostri segreti ai Goym”, è scritto in mosaico sul pavimento della sinagoga di En-Gedi, a testimonianza di questo spirito settario. Maledizione che fu lanciata sulla Bibbia greca e suoi suoi Savii traduttori.
Furono i cristiani ad adottare la Bibbia greca pienamente e senza dubbi; quelli di Costantinopoli nella versione originale, quelli di Roma nella traduzione latina dal greco, la Vulgata. Come si capisce, finché la Bibbia comune fu quella dei Settanta, mancarono i semi della discordia e dello scisma. Questa comunanza durò quasi quattro secoli. Poi Girolamo nel 390, si mise a tradurre una Bibbia masoretica. Che cosa gli era saltato in mente? Quale bisogno ne aveva?

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