Arturo Reghini

Fra le mie letture di questo periodo ho avuto l’occasione di scorrere l’interessante storia di Arturo Reghini grande intellettuale e matematico, profondo conoscitore e discepolo della filosofia Pitagorica.
Condivido con voi il profilo scritto in maniera esaustiva e molto chiara da Thomas Dana Lloyd autore di scritti sul Pitagorismo, l’Alchimia e la medicina orientale, pubblicato originariamente sul sito della Serenissima Gran Loggia del Rito Simbolico Italiano (http://www.ritosimbolico.it).
A chi vorrà auguro una buona lettura.

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Nessuno studio della cultura esoterica del XX secolo in Italia può mancare di ricordare Arturo Reghini (1878 – 1946). Scrittore, traduttore, matematico e sopratutto “Pitagorico”, Arturo Reghini giocò un ruolo chiave nel rifiorire degli studi esoterici in Italia così come nel tentativo di restaurare la tradizione spirituale massonica.
I suoi libri ed articoli coprono una gamma di argomenti che spazia dal simbolismo massonico alla Teosofia, dal Neoplatonismo a Cornelio Agrippa e Cagliostro. Come direttore delle riviste Ignis e Atanor, Reghini pubblicò articoli dei noti esoteristi Rene Guénon e Julius Evola. In seguito, quando la libera muratoria venne messa al bando dal regime fascista, egli pagò il prezzo delle sue prese di posizione in favore della libertà di coscienza.
Nato a Firenze il 12 Novembre 1878, Reghini fu il primogenito di cinque figli. La sua carriera di filosofo, nel senso classico di “amante della saggezza”, cominciò precocemente, quando la sua aristocratica famiglia lo mandò a studiare matematica a Pisa. Una sera, questo studente alto e magro fu avvicinato da un estraneo che lo scelse come candidato alla iniziazione nella misteriosa scuola Pitagorica, anche nota come “Schola Italica”. L’estraneo si rivelò essere Amedeo Armentano (1886 – 1966), che al tempo affascinava i circoli letterari fiorentini con i suoi astrusi, laconici ragionamenti sul tempo, sulla mente e sull’anima oltre che con i suoi poteri psichici.
Reghini fu iniziato nel più alto senso della parola. Sperimentò la prova dei cinque elementi non solo come cerimonia, ma come profonda realtà. Per lui, passare oltre la soglia della morte fu una faccenda di esperienza, visione e conoscenza piuttosto che una rappresentazione puramente simbolica.

  • Politica e Società Segrete

Per capire il ruolo di Reghini nella cultura esoterica del suo tempo, è utile avere qualche informazione di base sulla Massoneria italiana ed i suoi rapporti con gli eventi del tempo. Come in altri Paesi, l’Arte in Italia ha così tante sfaccettature che serve a poco generalizzare. Per alcuni, la Massoneria imponeva una osservanza -quasi di tipo religioso- delle regole e cerimonie “antiche ed accettate”, mentre altri indubbiamente la videro come un mezzo per migliorare l’intera società, sulla base della fede ottocentesca nel progresso, nell’educazione e nella scienza. Del resto le schiere massoniche comprendevano anche una eminente minoranza di filosofi e mistici, così come dei soliti opportunisti. Infine, c’erano gli elementi anti-massonici, inizialmente di estrazione cattolica e successivamente diffusi tra politici e pensatori sia di destra che di sinistra. In ogni caso gli aspetti politici ed esoterici della Massoneria sono andati spesso avanti in parallelo nel corso della storia italiana.
La prima loggia italiana di cui si ha notizia fu fondata a Firenze intorno al 1730 da Charles Sackville, Conte di Middlesex, Henry Fox, e Sir Charles Mann. Nonostante in quegli anni le tradizioni del Rinascimento fiorentino non fossero che un pallido ricordo, la Toscana sotto gli ultimi Medici era ancora riuscita a mantenere una qualche indipendenza, risparmiandosi così gli eccessi peggiori della Controriforma. Nuove logge vennero presto aperte a Roma, Napoli, Torino e in altre città. Ma i rapporti della Massoneria con l’Inghilterra, una delle maggiori Potenze protestanti, attirò i sospetti sia dei governanti degli Stati italiani che delle gerarchie ecclesiastiche.
Nel 1738, quando emanò la bolla In eminenti, che in pratica proibiva ai Cattolici di diventare Liberi Muratori, Papa Clemente XII aveva raggiunto la venerabile età di 87 anni ed era completamente cieco. Continuando con risolutezza l’inclinazione del papato per una politica di Potenza, questa misura, inizialmente maturata considerando la situazione nella sua natia Toscana, fu infine probabilmente formulata tenendo presente l’Italia. Forse non è per caso che questa bolla sia stata pubblicata nel 1738: l’ultimo dei Medici, Gian Gastone, era morto un anno prima; questa mossa quindi potrebbe avere avuto da una parte lo scopo di colpire una organizzazione protestante sospetta e dall’altra quello di riaffermare l’influenza papale sulla relativamente tollerante Toscana. Ciò nonostante tale indipendenza restò salda quando Francesco di Lorena, egli stesso Massone, divenne il nuovo Signore di Toscana.
La presa di posizione papale dette l’avvio alle persecuzioni; il poeta Tommaso Crudeli, il primo martire massonico conosciuto, fu torturato per fargli rivelare i “segreti dei Massoni”, ma fu liberato su intervento di Francesco di Lorena. Parecchi decenni più tardi, il famoso occultista Conte Alessandro Cagliostro non fu così fortunato, e morì nel 1795 durante la sua prigionia nella fortezza papale di San Leo. Del divieto papale scrisse Reghini: “L’ostilità della Chiesa causò una reazione in alcuni Paesi, forzando la Massoneria a difendersi diventando una società segreta. Malgrado ciò essa non diventò mai settaria e i rituali furono sempre caratterizzati dalla tolleranza, dal non settarismo e dall’indipendenza dei primi tempi” .
Massoni e organizzazioni massoniche giocarono un ruolo significativo nel Risorgimento italiano del diciannovesimo secolo. I Massoni promossero attivamente l’unificazione dei molti Stati italiani, il che valse loro ulteriori condanne per “sovversione”. L’organizzazione politica di Giuseppe Mazzini, la Giovine Italia, dedicata alla causa dell’unificazione, condivideva gli ideali massonici di umanesimo, progresso e governo secolare.
Il Grande Oriente d’Italia fu fondato nel 1859. Nel 1862, un Supremo Consiglio del Rito Scozzese si riunì in Palermo sotto la guida del patriota Giuseppe Garibaldi, e nel 1864 il primo Congresso della Massoneria italiana ebbe luogo a Firenze ed elesse Garibaldi Gran Maestro.
Forse anche più della Rivoluzione Francese, il Risorgimento fu una rivoluzione borghese, e la Massoneria attrasse la numericamente piccola ma attiva classe media italiana. La Massoneria fu vista come un mezzo per mantenere unite forze diverse come i repubblicani di Mazzini, i monarchici che sostenevano il casato dei Savoia e le Camice Rosse garibaldine. Come mette in rilievo Aldo Mola, “…in un Paese in cui tutte le forme di conflitto politico avevano una base regionale […] le logge erano la sola vera scuola di unità nazionale”. Come risultato della continua opposizione della Chiesa all’unificazione nazionale, la Massoneria italiana persistette nella sua posizione anticlericale.
Nei decenni seguenti l’unificazione nazionale nel 1870, numerosi membri della nuova classe di politici e amministratori erano Massoni. Alla fine del diciannovesimo secolo la Massoneria era ampiamente percepita come parte dell’establishment e come dispensatrice di vantaggi più spesso di tipo materiale che spirituale. Scandali finanziari e instabilità politica avevano reso i politici dell’establishment vulnerabili agli attacchi e la Massoneria, prima vista come campione dell’indipendenza e della democrazia fu così accusata di essere corrotta e di difendere privilegi di classe. Così come in altri Paesi latini, molti pamphlet anti-massonici vennero fatti circolare, per lo più basati sulle accuse di cospirazione dell’abate Barruel e di Leo Taxil, i quali crearono l’impressione che l’Istituzione massonica fosse molto più monolitica e potente di quanto in realtà fosse.
Queste idee indubbiamente influenzarono Benito Mussolini nei suoi primi anni nel Partito Socialista e dovevano riemergere nel periodo fascista (1922 – 1943), nonostante le relazioni massoniche di molti dirigenti fascisti. Il movimento fascista, fondato nel 1919, contò fra i suoi primi membri un certo numero di Massoni che vennero attratti da diversi aspetti, inclusi l’anticlericalismo e le inclinazioni rivoluzionarie iniziali del movimento. La persecuzione dei Massoni, seppure non sempre sistematica, continuò fino alla caduta del regime.
Paradossalmente, subito dopo la fine della II Guerra Mondiale, la letteratura antimassonica ritrovò vigore, questa volta con l’accusa di collaborazione con il fascismo. Nei decenni più recenti, gli studi storici sulla Massoneria italiana sono stati largamente monopolizzati da Autori di orientamento cattolico o comunista che sono per motivi diversi ostili all’Istituzione. Non c’è quindi da meravigliarsi se, come dice Kent Henderson, “… la Massoneria italiana è la più mal descritta e incompresa del mondo”.

  • Società esoteriche

La Massoneria italiana non era tutta politica, comunque, e anzi ha sempre avuto una forte corrente esoterica. Insieme al simbolismo, tipicamente massonico, delle costruzioni e dell’architettura, varie altre tradizioni esoteriche – Rosacrociane, Cabalistiche, Templari e Pitagoriche – si sono riversate nell’Arte.
Fin dai primi tempi, la Massoneria considerò della massima importanza il simbolismo geometrico, con il teorema pitagorico ampiamente rappresentato nell’arte di ispirazione massonica. A tal proposito, è stato suggerito che alcune forme di iniziazione Pitagorica siano sopravvissute nel corso dei secoli, dapprima nell’Impero Bizantino e più tardi, in conseguenza dell’avanzata degli Ottomani, in Italia, dove l’élite intellettuale greca trovò rifugio.
Durante il regno di Elisabetta I, si dice che Sir Thomas Bodley sia stato iniziato a Forlì nella Confraternita Pitagorica dei Fratelli Obscuri, che si proponeva “il lodevole obiettivo di promuovere le Scienze e l’amore della Virtù” ed “istituita a imitazione di una Associazione più antica esistita fin da prima della caduta dell’Impero greco nelle città di Costantinopoli e Salonicco”. Nel Diciottesimo secolo, i Pitagorici francesi ed inglesi presero ad essere chiamati “I fiutatori”, quando adottarono la pianta del tabacco come loro simbolo.
Napoli era sede della Massoneria egiziana, una tradizione che vantava origini dalla comunità ermetica dei tempi dell’Egitto ellenistico. C’è ancora una “Piazza Nilo” in città e Giordano Bruno, che esaltò la “Sapienza dell’Egitto”, era nato nella vicina Nola. La scuola successivamente venne alla luce attraverso il lavoro di Cagliostro e più tardi di Giuliano Kremmerz, fondatore della Confraternita Ermetica di Misraim. Il “Vangelo” di Cagliostro, pubblicato per la prima volta in italiano nel 1914 e più tardi commentato da Reghini, usa la terminologia alchemica per descrivere una via all’immortalità nonché per proporre l’uso di sigilli magici, meditazione, digiuno e una dieta vegetariana.
L’Ordine esoterico di Misraim (nome con cui in ebraico si indica l’Egitto) sembra avere avuto origini italiane. Infatti questo Ordine appare per la prima volta in Italia nel XVIII secolo, quando viene messo in relazione con Cagliostro che lo porta a Venezia nel 1788. Poiché sia la Massoneria egiziana che l’Ordine di Misraim accettano le donne, violando così i princîpi massonici noti come “Landmarks”- e poiché entrambi lavorano in gradi superiori al terzo, essi sono generalmente classificati come appartenenti alla “para-Massoneria”.
L’Ordine di Misraim venne introdotto in Francia dopo il 1813 dai fratelli Bedarride; successivamente esso si diffuse in Belgio, Svizzera, Gran Bretagna e Stati Uniti d’America. Si presenta in due forme rituali: quella cabalistica adottata dai Bedarride e quella egizio-ellenistica dei gradi più elevati noti come “Arcana Arcanorum”.
Ancora una volta la politica incrociò i sentieri dell’esoterismo quando, nel 1880, Garibaldi venne nominato Gran Ierofante del Misraim. A quel tempo, l’Ordine fu unificato con quello di Memphis, i rituali del quale si ispirano all’immaginario egiziano. Alla fine del secolo, l’Ordine di Memphis e Misraim doveva fornire in Italia un collegamento tra la Libera Muratoria e la Teosofia: sia H. P. Blavatsky che Annie Besant ricoprirono alti gradi in quest’Ordine.

  • Teosofi e Massoni

Quando aveva solo 18 anni, Reghini andò a Roma, dove fu messo in contatto con Isabel Cooper-Oakley, che rappresentava la Blavatsky in Italia, e nel 1898 i due furono tra i fondatori del ramo italiano della Società Teosofica. La Blavatsky aveva sempre avuto un debole per l’Italia; tra l’altro si vantava di avere combattuto con Garibaldi contro i Francesi e le forze papali nella battaglia di Mentana nel 1867. Anche la Teosofia fu presto esposta all’accusa di eresia, se non proprio di paganesimo, attirandosi così l’ostilità della Chiesa. Nonostante ciò la Società Teosofica si dimostrò essere un importante veicolo in grado d’allargare gli orizzonti degli italiani colti e di mente aperta, diffondendo tra di loro lo studio di filosofie e religioni orientali fino a quel momento appannaggio dei circoli accademici.
Mentre già riceveva un’istruzione sulla tradizione Pitagorica, Reghini cominciò la sua carriera massonica con l’iniziazione nell’Ordine di Memphis e Misraim nel 1902. Cosa trovò in questa forma esoterica di Massoneria? Probabilmente, gli fu detto qualcosa di simile a questi commenti di un Autore massonico contemporaneo:
Il Rito di Memphis e Misraim non è adatto ad ogni Massone, ma si rivolge a quei pochi Fratelli che, seguendo le molte indicazioni e rivelazioni dei loro rituali, aspirano sinceramente ad entrare in risonanza con i più alti piani dell’esistenza e a superare la loro individualità. In questo caso. il Rito è un collegamento visibile, tangibile fra la sfera più bassa e la sfera più alta. Esso fornisce la chiave per gli Arcana, la maniera in cui essi possono essere rivelati e praticati. I rituali Osiriaci dell’Ordine contengono illuminanti riferimenti all’Egitto, come quando all’aspirante Maestro viene detto: “Fratello, sei entrato in questo Tempio che è la Camera di Mezzo della Piramide, aspirando di diventare Osiride, e per guadagnare questo privilegio hai recitato – ben sapendo che era solo simbolica – la confessione negativa che ogni defunto recita quando raggiunge il mondo delle ombre e si presenta davanti al tribunale di Osiride, per identificarsi con lui se la sua vita è stata pura” .
Nel 1903, Reghini diventò membro di una loggia di Firenze che prestava obbedienza al Grande Oriente d’Italia; due anni più tardi questa fu riorganizzata come loggia “Lucifero”, di cui Reghini fu uno dei fondatori. Nello stesso tempo, logge di Milano si univano al Grande Oriente d’Italia con sede in Palazzo Giustiniani.
Scrivendo nel 1906, Reghini criticò l’opposizione nei confronti degli alti gradi (dal 4° fino al 95° in Ordini come quello di Misraim) ed espresse rincrescimento per il fallimento di Mazzini e dell’americano Albert Pike nel creare “un rito segreto superiore a tutti gli altri, una sorta di Massoneria nella Massoneria, che avrebbe unificato la divisa famiglia Massonica”. Nel 1908 un numero di dissidenti guidati da un pastore protestante si separarò dal Grande Oriente per protesta contro le sue posizioni politiche radicali ed eccessivamente materialistiche. Questi dissidenti formarono una nuova organizzazione massonica con sede in Piazza del Gesù a Roma. Successivamente le due branche italiane della Massoneria furono denominate “di Piazza del Gesù” o “di Palazzo Giustiniani” proprio in base alla sede delle loro Direzioni. Un tentativo di promuovere l’unificazione dei frammentati gruppi massonici, ritornando alla radici spirituali dell’Arte, fu intrapreso con il Rito Filosofico Italiano, del quale Reghini fu uno dei fondatori (questo nome fa venire in mente il Rito Filosofico Scozzese, ritenuto avere qualche collegamento con i Pitagorici britannici). Il rito italiano si articolava in sette gradi ed è stato descritto come intriso di elementi Pitagorici e Gnostici. Nel 1911, Reghini e Armentano riscrissero gli statuti del rito, disponendo che una copia dei Versi Aurei di Pitagora dovesse essere presente nel tempio insieme agli altri oggetti usati nei lavori di loggia.
Questa esperienza fu interrotta dalla I Guerra Mondiale, che interruppe bruscamente i contatti fraterni internazionali; lo stesso Reghini prestò servizio nell’Esercito. Il Rito Filosofico cessò di esistere nel 1919, quando confluì nella Gran Loggia di Rito Scozzese. Dopo di ciò Reghini, pur continuando a rimanere Massone, si dimostrò più cauto riguardo a qualunque “riforma universale” dell’Arte.

  • Occultismo ed Esoterismo

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo in Italia, come nel resto d’Europa, l’interesse del vasto pubblico per l’occultismo era ampiamente rivolto a fenomeni come l’ipnotismo e lo spiritismo. Testi di astrologia e magia copiati da classici come quelli di Cornelio Agrippa e Giovanni Battista della Porta abbondavano. Nello stesso tempo, i lavori di Autori francesi come Eliphas Levi, Henri Durville e Papus guadagnavano un crescente numero di lettori e venivano pubblicate varie riviste esoteriche. Lo stesso Reghini tradusse Swami Vivekananda, l’egittologo E.A. Wallis Budge e i racconti occulti di Louis Stevenson.
Sia Reghini che Giuliano Kremmerz, attivi a Napoli nello stesso periodo, sottolinearono che la loro era una ricerca di conoscenza e misero in guardia dal confondere il desiderio di crescita spirituale con le vampate di esaltazione emotiva. Da questo punto di vista essi rigettarono l’occultismo delle sedute spiritiche e delle sette, condividendo la posizione di Levi che insisteva nel dire che il suo occultismo (termine da lui coniato) era basato su fede, scienza e ragione.
Questo metodo sperimentale fa uso non solo della logica ma anche della analogia. Già all’inizio della sua carriera Reghini aveva scritto: “Il simbolismo dell’architettura, delle cerimonie e delle immagini è superiore al linguaggio ordinario grazie alla moltitudine di significati che solo il simbolismo può esprimere, dal momento che opera per analogia; i geroglifici e gli ideogrammi sono superiori alle forme alfabetiche di scrittura grazie all’ampiezza e precisione del loro significato”.
Vent’anni più tardi, Reghini esprimeva gli stessi concetti: “Esiste una tradizione orale di conoscenza nascosta che non può essere trasmessa con parole (percepite ed interpretate in senso profano). C’è ancora una tradizione seria in Occidente che non ha niente da spartire con i tumulti da circo, la parodia e la simulazione del cosiddetto occultismo d’oggi”.
Qualche volta, Reghini si ritirava con i suoi amici Armentano e Giulio Parise in una torre costiera isolata in Calabria, luogo ideale per lo studio e la meditazione. Reghini non era peraltro estraneo al cerimoniale magico, sebbene uno dei pochi riferimenti diretti da lui lasciati è ricco di sfumature umoristiche, menzionando alcune delle difficoltà pratiche dei rituali notturni, con sveglie, tazze di caffè caldo, crepitanti lampade ad olio, incenso che non vuole bruciare e candele che si spengono, tutto a detrimento della necessaria “concentrazione spirituale”.
Dal principio alla fine della sua attività, Reghini rimase un Pitagorico. Cosa significò questo per lui in termini pratici? Egli s’impegnava nel riesame quotidiano dei suoi atti -una pratica che si richiama a Pitagora – così coe nell’”estasi filosofica”, che era in realtà un tipo di meditazione. Il praticante si sedeva comodamente in un luogo tranquillo, svuotandosi di tutti i pensieri ed emozioni; poteva sia trovarsi al buio o avere una luce dietro di lui. “Allora, quando l’anima è purificata, sembra apparire una luce chiara e brillante alla quale niente può essere nascosto” -dice un vecchio testo- “e allora un dolce piacere è sentito, incomparabile ad alcuna cosa di questo mondo e… un prurito estremamente piacevole viene avvertito dentro la testa… Le persone più portate a questo tipo di estasi sono quelle il cui cranio è aperto, attraverso la quale lo spirito può evadere… Io penso che questa sia l’estasi platonica, quella che Porfirio dice aver sopraffatto Plotino sette volte”.
Questa pratica ha importanti implicazioni come forma di “yoga occidentale”. Non consiste tanto in una valutazione delle azioni compiute come buone o cattive, ma piuttosto sottolinea l’importanza dello stesso ricordarle. I maghi rinascimentali Tommaso Campanella e Giordano Bruno avevano probabilmente familiarità con questo tipo di meditazione.
Reghini insisteva anche sul fatto che il cercatore aveva l’obiettivo di trasformare la sua anima per mezzo di tecniche quali il controllo del respiro, la meditazione e la rimembranza degli atti quotidiani e che questa trasformazione doveva avere luogo durante l’arco della vita.

  • L’Utopia Pagana

Ai tempi di Reghini, la parola “pagano” aveva ancora connotazioni largamente negative, ed era ampiamente usata non per indicare una religione storicamente documentata, ma piuttosto come sinonimo di immoralità e materialismo. Ciò nonostante, egli la trovò essere il miglior termine in grado di descrivere la sua posizione. In un articolo del 1914 intitolato “Imperialismo pagano“, egli promuoveva la rinascita spirituale della cultura italiana in un nuovo tipo d’”impero” che avrebbe imposto l’eccellenza in ogni campo dell’impegno umano. Questo risultato avrebbe richiesto libertà e tolleranza, sebbene la storia abbia dimostrato come, a differenza del paganesimo greco-romano, le religioni di Abramo abbiano troppo spesso maturato l’amaro frutto dell’intolleranza religiosa. Reghini concordava con Gibbon nel ritenere che l’attitudine fanatica dei primi cristiani aveva portato alla caduta di Roma e più tardi alla politica papale avversa all’unificazione dell’Italia.
L’ambiente d’avanguardia in cui le idee di Reghini erano maturate, era anche impegnato sul problema di creare una nuova “religione secolare”, libera dai difetti del cattolicesimo seppur basato su valori spirituali. Ciò nonostante qualunque “crociata” anti-cristiana si sarebbe rivelata una contraddizione in termini; piuttosto, egli promuoveva la classica distinzione tra religioni iniziatiche e popolari, successivamente sviluppate da Guénon e altri. Similarmente, egli condannò il materialismo ed il rabbioso anticlericalismo d’alcuni nella comunità massonica, e potrebbe anche aver sognato un giorno in cui la Chiesa cattolica avrebbe adottato la politica di S. Francesco d’Assisi, abbandonando il potere politico e finanziario per dedicarsi interamente alle opere buone.
Mirando alla perfezione spirituale, pensava Reghini, la Massoneria dovrebbe essere non settaria. Nel suo lavoro del 1922 sul significato dei tre gradi massonici, egli analizzò il simbolismo dell’iniziazione a Maestro Massone, con il rituale della morte e resurrezione di Hiram che richiamava alla mente Osiride, Dioniso e Gesù; l’iniziato, diceva, dovrebbe diventare consapevole del fatto che la coscienza non dipende soltanto dall’esistenza fisica. Similmente, egli rimproverava alcuni dei suoi fratelli angloamericani per interpretare il 19° Landmark, che esige di credere in Dio, nel senso che i Massoni debbano essere necessariamente cristiani, ricordando loro che la squadra e compasso sono posti sopra la Bibbia. Egli commentava anche che sia la Massoneria continentale che angloamericana sono più interessate ai titoli altisonanti che alla perfezione spirituale dell’iniziato.

  • La delusione per il fascismo

Dopo essersi trasferito a Roma nel 1921, Reghini dedicò molte attenzioni al fascismo e alle relazioni che si andavano sviluppando tra Mussolini ed il Vaticano.
La maggior parte dei massoni italiani, così come i nazionalisti ed i dissidenti socialisti capeggiati da Mussolini, avevano sostenuto l’intervento nella I Guerra Mondiale, sopratutto per strappare le città di Trento e Trieste all’Austria, vecchio nemico dell’Italia. Dopo la guerra, nel 1920, il Grande Oriente sostenne l’occupazione della città di Fiume, sull’Adriatico, in sfida alla Francia e all’Inghilterra alleate dell’Italia; questo evento venne considerato l’ultimo passo dell’unificazione nazionale. Quando il movimento fascista di Mussolini prese il potere nel 1922, c’era ben poca consapevolezza del disastro che stava per colpire la Massoneria. Nessuno dei fascisti più conosciuti era cattolico praticante, e in realtà alcuni di loro erano noti come massoni. Sfortunatamente, comunque, gli ammonimenti di Reghini riguardo alle necessità di rinnovamento spirituale dell’Arte erano rimasti inascoltati, così come i suoi tentativi d’impedire al regime di venire a patti con la Chiesa. Inoltre la gerarchia massonica non si era dimostrata così valente come le precedenti nell’evitare una politica del “dividi et impera”.
Sin dai tempi della Rivoluzione Francese i fasci, le antiche insegne del potere romano costituite da dodici verghe di betulla legate insieme ad un ascia, avevano avuto connotazioni rivoluzionarie ed anti monarchiche, ispirando inizialmente la loro adozione da parte del Partito Fascista. Per uomini come Reghini, comunque, il simbolo evocava anche l’antico concetto romano di ‘res publica’, in cui il potere era conferito sia al popolo che a un Senato aristocratico. Reghini non voleva proporre qualche nuovo sistema di governo; piuttosto egli sperava che una Massoneria orientata in senso spirituale e Pitagorica potesse favorire lo sviluppo di una classe politica i cui membri fossero dotati di valori superiori.
Il 1924 fu un anno cruciale per Reghini. In quell’anno il regime decretò l’affiliazione massonica incompatibile con l’appartenenza al Partito Fascista. Un giornale gesuita pubblicò un articolo che condannava la Massoneria in base al fatto che – essendo internazionale – era perciò “non italiana”; questa linea venne presto ufficialmente adottata dai fascisti.
Reghini, un membro del Supremo Consiglio della Gran Loggia di Piazza del Gesù, replicò che il ruolo chiave della Massoneria nel promuovere il Risorgimento confutava l’accusa oltre ogni ragionevole dubbio. A questo punto comunque, le argomentazioni di carattere storico non erano più di alcun aiuto, e anzi lo resero quasi impercettibilmente un dissidente politico. In maggio il suo amico Armentano, che aveva continuato a lavorare con lui in un tentativo sfortunato di riunificare le due branche principali della Massoneria italiana, lasciò l’Italia diretto in Brasile.
Qualunque speranza la Massoneria possa aver nutrito per un cambiamento nell’attitudine del regime, andò in frantumi a seguito della violenza antimassonica scatenata nel novembre del 1925. Una nuova legge contro “le società segrete” non menzionava specificatamente i massoni, ma il regime rese chiaro che erano loro il bersaglio predeterminato. Mussolini asserì che queste misure erano destinate a prevenire complotti politici e non a sopprimere la Massoneria come istituzione spirituale, ma al momento in cui venne messa in atto la repressione poliziesca ciò fece ben poca differenza. Un certo numero di dirigenti di spicco del Grande Oriente andarono in esilio in Francia e anche la Gran Loggia di Piazza del Gesù fu costretta a chiudere dopo un infruttuoso tentativo di riorganizzarsi come “Ordine di San Giovanni di Scozia”. Ironicamente, la mancanza di persecuzione sistematica contro semplici massoni portò Papa Pio XI a criticare di “troppa morbidezza” il regime fascista. In un articolo pubblicato nel 1927-1928 Reghini, prevedendo l’imminente alleanza tra il regime fascista e il Vaticano, commentava:
Le attuali condizioni del nostro Paese nel contesto della situazione politica in Europa e nel mondo, sarebbero favorevoli a qualcuno che volesse e avesse la capacità di sfruttarle per creare una nuova civiltà universale partendo da Roma. Comunque… questo tipo di imperialismo non potrebbe essere soggetto ad un potere che è universale solo di nome, e di cui l’innata ed incurabile intolleranza è inaccettabile a sia il resto della civiltà occidentale come pure alle civiltà orientali… Noi diremmo orgogliosamente di più, se non fossimo obbligati oggi ad usare un linguaggio più prudente di quello usato da Agrippa quattro secoli fa…
A questo punto non potevano esserci più dubbi sul fatto che la posizione di Reghini non fosse affatto ortodossa. In poco tempo egli era passato dallo status di valente scrittore di cose piuttosto oscure a quello di risoluto, pubblico oppositore della riconciliazione di Mussolini col Vaticano, che doveva culminare nei Patti Lateranensi del 1929. Come poteva un pagano auto-dichiarato esser lasciato libero di pubblicare dopo una alleanza tra Chiesa e Fascismo? Il coraggio di Reghini in difesa della Massoneria fu del tutto ragguardevole, sopratutto se si consideri quanto buia fosse ormai la sua visione dell’Arte in quanto incapace di compiere la sua missione di perfezionamento dell’individuo.
Alle prese con una situazione tanto difficile, i vertici massonici preferirono in gran parte temporeggiare, ma dopo i fallimentari tentativi di venire a patti con il regime, entrambe le principali Obbedienze italiane si dichiararono disciolte e vennero ricostituite solo nel 1945. Il sacrificio di Reghini gli guadagnò ben pochi amici sia prima che dopo la guerra. Gli attacchi della stampa continuarono e Parise scrive di tentativi “di salvare l’anima mia e quella di Reghini con due colpi di pistola… la sorveglianza era così ravvicinata e opprimente da limitare i nostri contatti, dal momento che avevamo paura di compromettere anche persone che magari ci salutavano per caso”.
Reghini fu dimesso dall’incarico di professore di matematica in una scuola pubblica e dovette guadagnarsi da vivere dando lezioni private.
Infine, con un atto vergognoso, Julius Evola – già amico di Reghini – lo denunciò accusandolo di essere affiliato alla Massoneria. Curiosamente Evola aveva appena pubblicato “Imperialismo pagano”, una raccolta di articoli che attingeva considerevolmente dal saggio di Reghini con lo stesso titolo e incitava i fascisti ad evitare compromessi politici o ideologici con il cattolicesimo. Decadi più tardi, Evola avrebbe riconosciuto di dovere la sua consapevolezza iniziatica a Reghini e Guénon.

  • Epilogo

A questo punto le strade di Reghini, Guénon ed Evola si separarono. Nel 1930 Guénon, che continuò a essere ambivalente nei confronti della Massoneria come fonte di autentica iniziazione, lasciò l’Europa per dedicarsi completamente agli studi islamici al Cairo. Evola presto abbandonò il suo intransigente “imperialismo pagano” e condannò la Massoneria sostenendo che non essa non era in grado di fornire alcuna genuina iniziazione spirituale. Egli proseguì coltivando una visione diametralmente opposta a quella di Reghini, vedendo nella Chiesa cattolica l’erede dell’Impero Romano e sviluppando la sua forma particolare di razzismo che doveva influenzare lo stesso regime fascista.
Negli anni Trenta, Reghini si dedicò all’insegnamento e allo studio dell’interpretazione pitagorica dei numeri, delle proporzioni e dell’armonia, visti non semplicemente come un gioco intellettuale ma come chiave della vita. Il suo approccio in qualche modo richiama quello del neo-platonico inglese dell’800 Thomas Taylor (di cui Reghini cita i lavori), nel correlare la realtà materiale e spirituale per mezzo di numeri e proporzioni. Il libro di Reghini sulla ricostruzione della geometria di Pitagora, contenente nozioni “sulle quali i Massoni dovrebbero ben meditare”, fu pubblicato nel 1935 e fu premiato per il suo valore scientifico dall’Accademia d’Italia, l’equivalente italiano della Royal Society.
Mentre la II Guerra Mondiale si avviava al suo epilogo, Reghini intensificò il suo lavoro sui numeri pitagorici. Forse avvertendo che non gli restava molto da vivere, egli lasciò istruzioni dettagliate riguardo ai suoi manoscritti. Alle 5 in punto dell’afoso pomeriggio del 1° luglio 1946, in una villa di campagna vicino Bologna, Reghini morì, ritto nel suo studio, di fronte al sole che andava calando verso Ovest. In uno dei suoi ultimi lavori sulla relazione tra matematica e ricerca spirituale, Reghini sottolineò che la vera filosofia presuppone l’esperienza diretta del ricercatore. La scienza occidentale moderna è scienza oggettiva e sperimentale, compiuta all’esterno per mezzo di strumenti che aiutano i sensi; il suo scopo è quello di osservare e capire, tenendo in debito conto l’inevitabile alterazione (il principio di Heisenberg) prodotta nei fenomeni osservati dall’osservatore.
In Massoneria, nell’Ermetismo, nel Pitagorismo e nella scienza esoterica di ogni tempo, l’osservatore è anche oggetto dell’esperienza, considerata interiormente e direttamente senza la limitazione di immaginarie colonne d’Ercole e simili; non tanto quindi materia di speculazioni teoriche quanto di sensazioni e di vita.
E quale in fondo è lo scopo della filosofia – l’amore della saggezza – se non, come diceva il neo-platonico Porfirio, “di liberare la nostra mente dai limiti e dalle catene”?

Thomas Dana Lloyd

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