La Bilancia e la Spada della Giustizia

Chi segue questo blog sa che a volte mi piace offrire in condivisione alcuni articoli che apparentemente esulano dalla ritualistica o da argomenti di ‘lifestyle’ tipicamente stregoneschi.
Questa sera vi propongo un pezzo molto interessante ed attuale, proveniente dalla cultura massonica, sulla giustizia e sul profondo significato di due simboli ad essa associata : la bilancia e la spada.
Alla massoneria (al di là di esserne più o meno d’accordo con il diritto di esistere) dobbiamo, come ho più volte detto, la conservazione e la prosecuzione di molte delle tradizioni alchemiche e d’alta magia; senza la massoneria gran parte di questo sapere sarebbe andato irrimediabilmente perso e con esso un importante parte della cultura e della tradizione esoterica.

Ancora oggi il simbolo più comune della Giustizia è quello di una donna bendata che regge con una mano una bilancia in perfetto equilibrio, e con l’altra mano una spada. Non a caso “bilancia” in sanscrito si pronuncia “tula”, termine che evoca la Terra Sacra Primordiale, o Iperborea, chiamata “Thule”, da cui si fa derivare la Tradizione Unica che alimenta tuttora la coscienza spirituale collettiva di tutti i massoni.
Giustizia, il mezzo; Equità, il fine. L’insieme lo si potrebbe definire il compimento dell’Opera, meglio ancora l’assolvimento della missione del Rito Scozzese stesso: l’attuazione del suo motto “Ordo ab Caho”, ordine e armonia dal Caos.
Ma è proprio per questa altisonante definizione, con tutte le sue notevoli valenze simboliche, che la realizzazione di Giustizia ed Equità in questa nostra società, e fra i massoni stessi, rischia di rivelarsi più un’utopia che un concreto risultato effettivamente raggiungibile.
E quando – come accade spesso in un percorso iniziatico contrassegnato da grandi ideali che da affermazioni simboliche si vorrebbero trasformare in vivibili conquiste – ci si ritrova sospesi fra Utopia e Realtà, l’unica concreta possibilità per dare un senso compiuto alle nostre aspirazioni, è verificare e misurare l’approssimazione con cui ci avviciniamo, o può accadere che ci allontaniamo, da questi nostri principi assoluti.
Può quindi risultare molto deprimente dover constatare quanta “Giustizia Ingiusta” via sia nella nostra vita quotidiana, e quanta Iniquità si stia conseguentemente determinando nella nostra società, sempre più divisa e discriminante fra classi sociali ed economiche, fra gruppi etnici, fra appartenenze politiche.
Il ricco che può utilizzare tutti i cavilli e le scappatoie delle procedure giudiziarie, grazie a stuoli di “principi del foro” arruolati in sua difesa, per ottenere prescrizioni o sospensioni delle pene, rende penoso e risibile il motto che campeggia in ogni tribunale “La Legge è Uguale per Tutti”; in realtà non è così, non può essere così, perché se quelle cavillose scappatoie esistono è perché l’ordinamento permette che esistano, ben consapevole che solo pochi privilegiati potranno usufruirne. Se fossero pensate per tutti i comuni cittadini, probabilmente in Italia non esisterebbe alcun problema di sovraffollamento carcerario. Quindi dove si genera tanta Ingiustizia, fatalmente si crea altrettanta Iniquità. E questo non accade solo in Italia, ma in quasi tutte le nazioni.
C’è piuttosto da domandarsi se i fratelli che operano in seno alla giustizia, come avvocati, più raramente, credo, come magistrati, possano o vogliano costituire un argine o un antidoto a questa preoccupante china della giustizia.
Probabilmente non vi sono nemmeno le condizioni per essere ascoltati da un mondo politico che non traccia più rotte ideali ma naviga solo a vista con la bussola puntata esclusivamente su opportunità del momento e vantaggi elettorali; ma si è inascoltati anche da una società che, stressata da mille problemi economici, sembra essersi assuefatta e rassegnata all’ingiustizia, senza più nemmeno la forza o la volontà di sdegnarsi.
Parlo di uno sdegno realmente sentito sul piano della propria morale individuale, e non di sdegni collettivi serviti dalla stessa politica tramite i mass media come piatti precotti, senza alcuna riflessione personale, per sentirci tutti apparentemente più “giusti” o desiderosi di giustizia di fronte a qualche delitto particolarmente atroce, o qualche scandalo che si fa di tutto per far apparire come episodico, e non sistematico, per lasciarci almeno la speranza che scoperto un caso (ormai non ci si domanda nemmeno più se e come sarà poi effettivamente sanzionato) non se ne verifichino più di simili.
Senza contare poi che la stessa figura del Giudice è fortemente messa in discussione. La sua indipendenza tradotta come potenziale arbitrarietà. La sua funzione che dovrebbe essere strettamente sociale interpartes, concepita e denunciata sempre più spesso come azione politica e di parte. Fondate o meno che siano queste critiche e queste accuse, la ferita nella credibilità generale della giustizia si è ormai creata.
Oggi più che mai si vorrebbe questa figura al riparo di qualsiasi influsso ideologico, proprio come in passato si temeva che i giudici potessero riceve influssi malefici (ed era questa la ragione per cui i giudici inglesi indossavano la parrucca nel pronunciare le proprie sentenze: si temeva infatti che proprio i loro capelli potessero essere potenziali elementi riceventi di tali influssi – la stessa antica motivazione della tonsura dei preti – mentre curiosamente barba e baffi erano considerati elementi emittenti/trasmissivi dell’animo e della personalità dell’uomo).
Ma soprattutto si vorrebbe che il giudizio fosse esercitato non solo sulla base di una ferrata conoscenza tecnica della complessità delle leggi, ma anche di un’adeguata esperienza di vita.
Una volta al rango di Giudice si giungeva dopo aver molto vissuto (rispettando il sacro ritmo ternario dello sviluppo e dell’esistenza: nascere, maturare e quindi offrire i propri frutti alla società).
Attualmente accade invece che approdino in magistratura giovani, sia pure dotati di una notevole conoscenza tecnica del diritto, ma ancora piuttosto acerbi di vita vissuta. E fra l’altro la natura stessa della preparazione cui devono sottoporsi finisce per immergerli per qualche anno in una crisalide di studio mnemonico che praticamente li isola dai loro coetanei e dal resto della società.
Nasce anche da questo la percezione di una giustizia avulsa dalle contingenze quotidiane della vita, e non sempre ritenuta in grado di interpretarle in modo coerente.
Probabilmente al rango di Giudice sarebbe più giusto giungere attraverso un percorso simile a quello iniziatico, che preveda la maturazione di varie esperienze in diversi ambiti della società (qualcuno ha perfino postulato, seriamente, che nel corredo esperienziale di un Giudice dovrebbe rientrare perfino una prova di detenzione in un carcere del proprio paese, per avere una chiara visione delle pene che sentenzierà in seguito).
Come è possibile che si sia giunti ad una situazione simile in un Paese, il nostro, considerato la patria stessa del Diritto?
C’è una sola credibile risposta a questa domanda: e cioè che si sia smarrito il senso stesso della Giustizia, e che non vi siano più simboli, raffigurazioni, esplicazioni che consentano di ritrovarlo.
Ed è qui che il serbatoio simbolico della Massoneria – e del Rito Scozzese in particolare – tornano ad avere un ruolo insostituibile.
Come è accaduto tante altre volte nella storia delle nazioni e delle istituzioni democratiche (basta pensare alla genesi delle moderne costituzioni), è proprio dalle logge massoniche che possono riaffiorare ed attecchire nuovamente nella società valori e principi fondamentali. Semplicemente perché continuiamo ad esserne i custodi, anche se talvolta subliminalmente o addirittura inconsapevolmente.
Quindi anche gli stessi massoni devono risvegliare in se stessi un maggior senso di giustizia, ma soprattutto farlo diventare materia viva, costitutiva del proprio animo e del proprio corpo, perché il valore archetipo della Giustizia ed il desiderio di Equità non possono non essere elementi primigeni delle società umane fin dalle origini, altrimenti la specie si sarebbe probabilmente autodistrutta sul suo nascere.
Da questa visuale è molto probabile che il senso di Equità sia stato addirittura preliminare a quello della Giustizia, nata ed esercitata all’interno dei primi gruppi umani proprio per sanare o rimediare a situazioni che infrangevano l’Armonia (intesa come condizione di Equità) fra tutti i suoi componenti.
Non a caso si è trattato inizialmente di società prevalentemente matriarcali (aventi come riferimento religioso la Grande Dea Madre), e qui devo richiamare la celebre distinzione di Bachofen fra matriarcato e patriarcato: nel primo caso vi è indubbiamente più eguaglianza sociale (per la madre tutti i figli sono eguali), più rispetto per la Natura e le sue leggi, meno propensione alla violenza (alla guerra) come risoluzione dei contrasti; nel secondo caso, nel patriarcato storico, non tutti i figli erano uguali (i primogeniti godevano di più diritti e considerazione), vi era poi meno rispetto per la Natura, ma conseguentemente più progresso scientifico e tecnologico (proprio in virtù della sfida perenne e prometeica alle sue leggi), ed infine si è evidenziata da sempre una testosteronica attitudine alla violenza ed alla guerra per risolvere i conflitti interni ed esterni ai propri gruppi sociali.
Quando le società patriarcali hanno soppiantato quelle matriarcali non sappiamo con quanta violenza ciò è avvenuto, ma certo la violenza non deve essere mancata. Ed anche questa può aver influito nel disperdere il senso naturale di Equità che regolava la convivenza delle prime comunità umane.
Ed è allora che il patriarcato, per trovare nuove basi di convivenza, ha inventato il Diritto. La Legge. E come era accaduto per l’Equità, la Giustizia si è messa a sua volta al servizio del Diritto.
Diritto che appare quindi essenzialmente Uranico, maschile, solare, se vogliamo perfino spietato e indifferente alla condizione ed ai sentimenti dei singoli uomini. Diritto che per affermarsi richiede perfino di essere temuto.
Ed è probabilmente per umanizzarlo che la Giustizia, ovvero la funzione che applica e gestisce il Diritto, ha continuato ad essere rappresentata in termini femminili.
Ancora oggi il simbolo più comune della Giustizia è infatti quello di una donna bendata che regge con una mano una bilancia in perfetto equilibrio, e con l’altra mano una spada.
Non a caso “bilancia” in sanscrito si pronuncia “tula”, termine che evoca la Terra Sacra Primordiale, o Iperborea, chiamata Thule, da cui si fa derivare la Tradizione Unica che alimenta tuttora la coscienza spirituale collettiva di tutti i massoni.
La spada brandita dalla Giustizia può quindi indicare sia la forza in difesa della Legge che la capacità di separare il Giusto dall’Ingiusto, ma anche, più matriarcalmente, l’ago della bilancia, lo strumento misuratore del Bene e del Male compiuto, esattamente come la piuma della dea egiziana Maat, pesatrice delle anime.
In Massoneria l’immagine della Giustizia, pur continuando a rivestire connotati essenzialmente femminili, si arricchisce di altri simboli: oltre alla bilancia ed alla spada, la Giustizia Massonica è dotata di due pugnali, una rivolto alla difesa degli innocenti, l’altro come monito per i colpevoli; nel suo corredo simbolico appare anche una Croce Teutonica che richiama i fratelli massoni, ed in particolare i Grandi Ispettori Inquisitori, ai grandi ideali cavallereschi, al servizio del Bene, del Vero e del Giusto, principi regolati dall’Amore e dall’Armonia, cui deve ispirarsi e tendere la stessa Giustizia Massonica.
Differentemente dalla Giustizia Profana che è prevalentemente “risarcitoria” (Aristotele) se non essenzialmente “punitiva” (Pitagora: ad ogni azione criminale deve corrispondere una equivalente reazione giuridica), la Giustizia Massonica la si potrebbe definire una sorta di pre-giustizia, dovendo agire in un sistema in cui si ritiene scontato e diffuso un naturale senso di rispetto, armonia ed eguaglianza, in altre parole in cui si ritiene patrimonio comune di tutti i fratelli un radicato senso di Equità Morale.
Per cui se l’imperfezione della natura umana porta qualche fratello ad infrangere questo codice morale, la prima funzione della Giustizia Massonica non è la misurazione della colpa, o la sua soppressione e la sua punizione; il suo compito è semmai fare di tutto per ristabilire l’armonia e l’eggregoro che una determinata azione ha infranto.
Ed in questo caso lo strumento di giustizia più adatto può rivelarsi la livella, ancor più del maglietto o del pugnale.
La Giustizia Massonica ritengo non debba cercare vendette.
La Giustizia Profana spesso ritiene che il dolore di una punizione possa risarcire e pareggiare il dolore subito dalla società e dalle vittime di un reato. A talune latitudini (per esempio negli Usa, come in Iran, o in Cina) si ritiene ad esempio, con la pena di morte, che una vita possa risarcire un’altra vita. In realtà non si ottiene mai un pareggio, ma il doppio delle morti, o il doppio del dolore.
La Giustizia Massonica deve invece assolutamente puntare al pareggio: pareggio che non sempre può essere dato dal semplice bilanciamento di torti e ragioni, da colpa ed espiazione (chi è quel fratello che può gioire della condanna di un altro fratello, anche se da esso ritiene di aver subito un torto).
I veri elementi di questo pareggio dovrebbero essere semmai il pentimento ed il perdono, la consapevolezza dell’errore e la tolleranza nel biasimarlo. Il risultato finale del giudizio massonico: il ripristino dell’Armonica Equità in ciascuna comunità di fratelli.
Se la Giustizia Profana “ricuce”, quella Massonica “rammenda”: deve avere cioè la capacità di ricostruire finemente la trama ed il tessuto della convivenza e dell’armonia fra fratelli, trama che deve alla fine comprendere sempre sia l’accusato che l’accusatore, portandoli ad una sintesi di reciproca comprensione. E quando non ci si riesce, fallisce la Giustizia Massonica, ma falliscono anche i principi letti e riletti nei rituali e nelle costituzioni dell’Ordine. Ed il danno grava su tutta la comunità massonica.
È pur vero che procedendo nei vari gradi della Piramide Scozzese (in particolare dal VII al X) il tema della Giustizia è affrontato in termini decisamente meno “buonisti” e più perentori, in relazione alla ricerca dei colpevoli ed alla loro punizione, ma se i rituali stessi suggeriscono un maggior rigore nel perseguire i reati ed i comportamenti colpevoli, è altrettanto vero che vengono costantemente interdetti gli eccessi di zelo giustizialista.
La Giustizia di Salomone è severa, ma non sottostà freddamente solo alla Legge, il giudizio del Re-Giudice ricorre anche alla sfera emotiva per risolvere le dispute ed applicare le pene. Esemplare il caso della disputa del bambino fra le due madri. Ancor più significativa l’attenuazione delle sofferenze degli assassini condannati ad una morte lenta e crudele per l’uccisione di Hiram, morte che alla fine lo stesso Salomone renderà più rapida e meno atroce.
Certo in un’Istituzione come la Massoneria – che vanta i più grandi assertori dei diritti umani ed i più grandi riformatori della Giustizia e delle Pene (da Bentham a Beccaria, solo per citarne alcuni) – ritrovare fra i suoi rituali (al X Grado) una sostanziale enunciazione di legittimità della pena di morte, può creare non pochi conflitti di coscienza fra i massoni d’oggi.
Ma come è giusto che sia, per ogni più antico valore simbolico, perfino quello dei rituali, si può sempre pervenire ad una lettura diversa, più vicina alla mentalità dei massoni contemporanei che si è nel frattempo evoluta, e così la pena di morte può anche essere pensata come “patibolo” non dei rei, ma dei reati.
La deterrenza principale dai reati non può essere la pena anche più estrema (si è già visto che non funziona), bensì la prevenzione del crimine stesso. Prevenzione morale, culturale, sociale, instillata fin dai primi gradi della scuola (pubblica ed il più possibile laica nei suoi programmi d’insegnamento).
Ma la principale più contingente prevenzione non può che essere il ripristino dell’Equità sociale fra le persone: perché solo vivendo in una società Equa, i cittadini saranno portati a fare di tutto per salvaguardarla.
Ma può anche essere vero il contrario: solo giungendo al massimo grado dell’Iniquità, le stesse persone saranno prima o poi costrette a battersi per riaffermare la Giustizia sociale.
Anche principi straordinari come la Giustizia e l’Equità incisi solennemente nel marmo dei più antichi templi e palazzi di giustizia, non sono in definitiva esenti dall’ambiguità di quasi tutte le espressioni umane.
Anche Giustizia ed Equità sottostanno alla relatività dei tempi in cui vengono declinate.

Fonte: Loggia Giordano Bruno

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