La simbologia massonica nei racconti di Calvino

Chi segue questo blog sa che fra i vari articoli che propongo ai miei visitatori/ lettori mi piace condividerne una selezione che ritengo, personalmente, interessanti e che possono fornire spunti di riflessione.
L’autore di questo pezzo, Luca Fucini, ci offre un’interessante disamina della simbologia massonica nascosta nei racconti inseriti nel libro Le città invisibili (1972) di Italo Calvino, una raccolta di testi brevi, in cui Marco Polo racconta a Kublai Kan le città immaginarie che ha visto durante i suoi viaggi.
C’è da dire che il legame di Calvino con la massoneria fu sempre negato dagli studiosi per non smentire il mito dello scrittore comunista, l’intellettuale pubblicato dalla progressista Einaudi.
Negare questo, però stride con la storia familiare di Italo Calvino, ma anche con le sue scelte politiche….
Italo Calvino, è bene ricordarlo, si dimise dal Partito Comunista italiano con una lettera dall’incipit piatto e dimesso (“cari compagni, devo comunicarvi la mia decisione ponderata e dolorosa…”), pubblicata dall’Unità il 7 agosto 1957.
Italo sognò con Eugenio Scalfari di dar vita a un “partito aristocratico-sociale” e poi al Mul, Movimento universitario liberale. Non sorprende che, con tali premesse, la sua “scelta del comunismo” non fosse affatto sorretta da motivazioni ideologiche e dovesse prima o poi fare i conti col grado di libertà effettivamente praticato nelle cellule, nelle federazioni, nel rapporto tra partito e società.
Il padre era di famiglia mazziniana repubblicana anticlericale massonica; la madre sarda, di famiglia laica, cresciuta nella religione del dovere civile e della scienza, socialista interventista nel 1915 ma con tenace fede pacifista.
Marchiata da Antonio Gramsci quale “partito della borghesia”, la massoneria non era comunque il covo di reazionari condannato dalla Terza Internazionale comunista e annientata da tutti i regimi totalitari, se vi militavano, appunto, il padre e lo zio di Italo, Mario e Quirino Calvino, la cui schietta dimestichezza verso la povera gente metteva addirittura a disagio il futuro scrittore.
Fatte queste doverose premesse che vi aiuteranno a comprendere maggiormente l’articolo che condivido oggi con voi, vi auguro buona lettura.

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Nel libro “Le città invisibili”, racconto di città inventate pubblicato nel novembre del 1972 sempre dall’editore Einaudi, l’opera più borgesiana di Italo Calvino, l’autore raffigura una grande scacchiera dove Marco Polo veniva trattenuto da Kublai Khan “a giocare interminabili partite a scacchi (…) esercizio più rischioso di una vertigine”.
È il ‘tassellated pavemen’t, il pavimento a scacchi bianchi e neri che emerge nella narrazione calviniana, figura ‘catturata’ nella casa del nonno Giò Bernardo dove erano stati affrescati sui muri i simboli dell’Arte massonica, utilizzata nel racconto con l’incredibile capacità di chi ha penetrato il ‘segno’.
Italo Calvino infatti, porta il lettore verso un’atmosfera rarefatta, irreale: “Kublai era arrivato all’operazione estrema: la conquista definitiva, di cui i multiformi tesori dell’impero non erano che involucri illusori, si riduceva a un tassello di legno piallato: il nulla”.
Quando l’operazione di estrema riduzione del Khan viene compiuta, ecco Marco Polo, l’iniziato, che con colpo da maestro ribalta la situazione, riportandola dal negativo al positivo, al concreto, in definitiva al “mondo”: ”La sua scacchiera sire è un intarsio di due legni: ebano e acero. Il tassello sul quale si fissa il tuo sguardo illuminato fu tagliato in uno strato del tronco che crebbe in un anno di siccità: vedi come si dispongono le fibre? Qui si scorge un nodo appena accennato: una gemma tentò di spuntare in un giorno di primavera precoce, ma la brina della notte l’obbligò a desistere.”
Calvino esce dal labirinto, non viene fagocitato dal nulla ma grazie all’ordine mentale, con procedere geometrico, nella consapevolezza che il bianco e il nero, l’essere e il non essere, sono la stessa cosa, egli riesce a vincere sul caos del mondo.
Al contrario di Borges che utilizzando anch’egli la scacchiera rimarrà nel ‘labirinto’, senza varchi, in una mise ‘en abyme all’infinito’:

“Tenue rey, sesgo alfil, encarnizada
reina, torre directa y peòn ladino
sobre lo negro y blanco del camino
buscan y libran su batalla armada.
No saben que la mano senalada
del jugador gobierna su destino,
no saben que un rigor adamantino
sujeta su albedrìo y su jornada.
También el jugador es prisionero
(la sentencia es de Omar) de otro tablero
de negras noches y de blancos dias.
Dios mueve el jugador y éste la pieza.
Qué dios detras de Dios la trama empieza
de polvo y tiempo y sueno y agonia?”

(en ‘El hacedor’ de J.L. Borges)

E di Borges Calvino dirà: “Attraverso le sue pagine prende forma un universo a immagine e somiglianza degli spazi dell’intelletto, abitato da uno zodiaco di segni rispondenti a una geometria rigorosa”.
Il periodare dello scrittore argentino per Calvino è “cristallino, sobrio e armonioso” e quel “raccontare sinteticamente e di scorcio, linguaggio tutto precisione e concretezza, la cui eccellenza si manifesta nella varietà dei ritmi, delle movenze sintattiche, degli aggettivi sempre inaspettati e sorprendenti”, produce “un miracolo stilistico senza eguali nella lingua spagnola” (Italo Calvino, I gomitoli di Jorge Luis Borges, Mondadori, Milano, 1995).
Riconoscendosi nella narrazione geometrica, nella tensione di rivincita dell’ordine mentale, del cosmo, sul disordine del mondo.
Fondamentale per mettere ordine è collocarsi coscientemente nel mondo, conoscere la propria posizione in rapporto all’esterno ma, soprattutto, all’interno di sé, come quell’operazione di orientamento che si compie nella loggia massonica, guidati dai simboli e dalle ritualità, nella tensione ideale di riprodurre quell’ordine cosmico perduto.
La medesima operazione che compie Calvino collocandosi nella posizione che nel Tempio spetta all’apprendista, con le spalle a settentrione, l’oriente a sinistra e l’occidente a destra, non solo postura fisica ma orientamento della propria coscienza interiore, quale pietra fondamentale, rukn el-arkàn, di un edificio tutto dedicato al Grande Architetto.
Nel tempio naturale della sua Liguria, balcone di terra affacciata sul mare, Calvino, infatti, si orienta:
“E’ chiaro che per descrivere la forma del mondo la prima cosa è fissare in quale posizione mi trovo, non dico il posto ma il modo in cui mi trovo orientato, perché il mondo di cui sto parlando ha questo di diverso da altri possibili mondi, che uno sa sempre dove sono il levante e il ponente in tutte le ore di giorno e di notte, e allora comincio col dire che è verso mezzogiorno che io sto guardando, il che equivale a dire che sto con la faccia in direzione del mare, il che equivale a dire che volto al monte le spalle, perché è questa la posizione in cui io di solito sorprendo il me stesso che se ne sta all’interno di me stesso, anche quando il me stesso all’esterno è orientato in tutt’altro modo o non è affatto orientato come spesso succede, in quanto ogni orientamento comincia per me da quell’orientamento iniziale, che implica sempre l’avere sulla sinistra il levante e sulla destra il ponente, e solo a partire di lì posso situarmi in rapporto allo spazio, e verificare le proprietà dello spazio e delle sue dimensioni” (da “La strada di San Giovanni”, Mondadori, Milano, 1990, pag. 121).
Per Calvino l’orientarsi diventa momento creativo, egli è consapevole di costruire la coscienza di sé e il rapporto con il sé e col mondo nel quale si trova e cosa significhi forse lo apprese da Immanuel Kant:” Orientarsi significa: da una determinata regione del mondo (delle quattro in cui abbiamo suddiviso l’orizzonte) trovare quelle altre e in particolare trovare l’Oriente (…)”.
Orientarsi per definire il centro del proprio essere, nella ricerca di riunire ciò che è sparso, per utilizzare la simbologia massonica, di ricostituire il proprio essere adamico.
Reintegrare al centro per poi spargersi nuovamente, dall’uno alla molteplicità, in un processo di creazione continua, così l’artista crea le proprie opere, per Calvino dal centro invisibile, dall’abyme indefinito alla realtà molteplice e variegata delle parole e viceversa.
Riunire ciò che è sparso è lo stesso che ritrovare la Parola perduta, come affermerebbe René Guénon, poiché in realtà e nel suo senso più profondo, tale Parola perduta non è altro che il vero nome del Grande Architetto dell’Universo.

Fonte: www.riflessioni.it

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