Riflessione sulla morte

Il mio sparuto (ma ottimo) pubblico sa che mi piace proporre anche articoli che comportano un attenzione di lettura un po’ più impegnata del solito e che implicano uno sforzo di riflessione su argomenti ‘scomodi’ e difficili da affrontare.
È il caso di questo bellissimo pezzo in cui mi sono imbattuto in questi giorno.
È pubblicato sul decimo numero della rivista on-line ‘Ecce quam bonum’ che si può scaricare e leggere in maniera libera e gratuita dal sito www.martinismo.net.
È una riflessione filosofica ed intensa sul senso (e anche sull’importanza) della morte.
Non mi resta altro che augurarvi una buona lettura.

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L’idea della morte, oltre ad aver interessato milioni e milioni di fiumi di righe e pensieri letterari filosofici artistici, è un concetto presente e focale in tutti i cammini esoterici.
L’iniziazione, nei tempi antichi e non solo, rappresentava un complesso di rituali e cerimonie che portavano il profano a un profondo cambiamento, tramite un processo irreversibile che aveva inizio con la morte simbolica e conduceva infine verso la rinascita, ovvero la nascita dell’uomo nuovo.
Insiti, pertanto, e inscindibili nell’idea della morte, ritroviamo un’aureola di concetti ampi e importanti per l’uomo quali l’immagine della trasformazione, della rinascita, del viaggio, del passaggio e di crisi, nel senso etimologico di “scelta”.
La morte è un limite, un indicatore spaziotemporale che segna, così come la nascita, una fase dell’anima umana, che distingue un tratto del percorso, un tragitto ben definito.
La morte, che nonostante la sua imponenza si riduce a un semplice istante, individua quindi un prima e un dopo, e in sostanza l’esistenza di due mondi.
Quando trattiamo questo argomento è inscindibile, infatti, affrontare quello della vita, in un dualismo inevitabile che contrappone apparentemente ciò che è conoscibile da ciò che non lo è.
Ma davvero è così?!

“Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.”
– Giovanni 17, 14 –

La morte e la vita costituiscono due mondi, due cosmi che, citando Anassimandro, nascono
dall’àpeiron che genera luce e tenebre, notte e giorno.
Gli uomini vivono la vita (questo mondo) intesa come punizione, finché i contrari potranno di nuovo fondersi e tornare indistinti nell’ápeiron (l’altro mondo, quello originario, l’unità, l’arché).
La determinazione di un confine tra i due mondi dell’anima umana implica la scelta di un punto di vista, di una prospettiva attraverso cui guardare (e affrontare) tale divisione.
La consapevolezza di un “oltre” raggiungibile seppur temporalmente tramite rituali, meditazioni, sogni permette all’iniziato di avere una visione ampliata, uno sguardo al di là del proprio apparente giardino. E lentamente ciò che appare oltre lo steccato risulta molto più familiare dell’erba su cui quotidianamente poggiamo i piedi. La frattura della morte appare quindi sempre più simile a quella esistente fra l’uomo e il suo mondo, tra l’uomo e la natura, divario oggi ancora più accentuato grazie al nichilismo sociale attuale sempre più dilagante e radicato. Il mondo della vita, oltre che a vederci estranei e insofferenti, diventa solo un inciso in un cui “lavorare” al fine di riunificare il luogo da cui proveniamo a quello verso cui siamo destinati, a cui apparteniamo da sempre, e reintegrare il proprio essere.
L’iniziato, che vive consapevolmente il proprio cammino e la propria scelta, avvicina a sé ogni
giorno la porta della morte, dissacrandone il potere.
Non si tratta di un’arrendevolezza psicologica o di tetro desiderio suicida né tantomeno di una parvenza di santità ascetica, bensì di una visione guerriera nella diversa lettura e prospettiva di una vita “seconda”, una vita scelta, al di là di quella in cui l’uomo è gettato tristemente al momento della nascita e in cui si sente ogni giorno disagiatamente straniero.
La vita e la morte si compenetrano e una è insita nell’altra come dice Gozzano:

“Quanti me stesso son morti in me stesso”.

La morte viene quindi vissuta (!) quotidianamente come uno dei tanti archi sotto cui camminare e coincidenti con i giorni della nostra vita terrena, in un cammino che diviene metodo per trascendere realmente (e andare oltre alla morte virtuale e mitologica dell’iniziazione) in un dissolvimento titanico dell’idea della morte quale limite e in una trasmutazione di essa stessa in varco, porta, accesso.

“Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono…”
– Vangelo di Matteo –

Il velo squarciato alla morte del Cristo è un’immagine simbolica fortissima, ove l’alto della trascendenza divina propone una rottura, un varco, un passaggio al basso della realtà umana.
Lì viene tenuto il segreto dei segreti, quello “ultimo” di un oltre unico e reintegrato che non può essere conosciuto se non inenarrabile, di un limite dissolto alla luce di una vita vissuta, e non subita, all’ombra della luce spirituale della gnosi.
È attraverso di essa, di questa conoscenza, che la morte viene ingannata e annullata, rendendoci consapevoli che all’interno di noi stessi vive una “particula”, una scintilla dell’oltre, che ci illumina attraverso le nebbie tenebrose e le paludi ingannevoli di questo mondo, facendoci intravedere l’infinito nel finito, anticipandoci la morte ogni istante e conducendoci per mano verso la vera Vita.

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