Il simbolo della Dea Tanit

Quando pensiamo alle antiche divinità mediterranee, e in particolare al celebre “simbolo di Tanit” (che dà il nome a questo articolo), l’osservatore disattento vi scorge soltanto una figura femminile grossolanamente stilizzata. Un triangolo per indicare la veste, qualche linea per le braccia, magari un cerchio per il volto.
Ma dietro all’apparente semplicità si nasconde un significato occulto / esoterico inaspettatamente molto profondo.
Tengo a precisare, prima di addentrarmi nell’argomento, che la fonte delle informazioni che condivido con voi, in questo pezzo, sono tratte dal bellissimo libro (vi consiglio vivamente di metterlo nella vostra biblioteca) ‘La Dea Bipenne’ di Donatello Orgiu .
La Dea non è modellata a immagine e somiglianza di una donna, bensì a immagine e somiglianza del Cosmo. Infatti, le figure geometriche che adornano i manufatti preistorici e i monumenti sacri sono, quasi sempre, simboli riconducibili in maniera diretta e matematica a fenomeni naturali. Il corpo geometrico della Divinità, costruito su l’onnipresente segno a “V”, nasconde in realtà il tracciato esatto del ciclo lunare e solare.
Potremmo definire questa iconografia occulta come uno dei primi “grafici cartesiani” della storia, sebbene gli antichi non ragionassero in termini di ascisse e ordinate, ma di pura ‘magia’ astrale. Attraverso la schematizzazione geometrica delle loro visioni celesti, gli antichi sacerdoti e sciamani tradussero l’osservazione empirica dei cieli in una mappa simbolica: un vero e proprio sistema di coordinate cosmiche in cui ogni linea, angolo e intersezione non serviva a misurare lo spazio fisico, bensì a tracciare la vibrazione sacra e il flusso delle energie spirituali dell’universo. L’ispirazione per queste forme divine arriva direttamente dal cielo, da quel che doveva apparire per gli uomini d’allora un profondo e affascinante mistero: la Luna.
Il nostro satellite, infatti, non compie un percorso lineare nel buio, ma si muove tra le stelle con un andamento a zig-zag a cavallo dell’Eclittica. Agli occhi degli antichi osservatori del cielo questo procedere oscillante ricordava in modo impressionante il movimento di un serpente.
È proprio da questa vertiginosa intuizione visiva che scaturisce quel primordiale suggerimento esoterico che legherà per sempre la Luna al Serpente e, di conseguenza, alla figura geometrica della Grande Dea.
Ma il codice segreto della sua architettura si spinge oltre. Nel suo viaggio celeste, la Luna incrocia l’equatore celeste all’incirca ogni 14 giorni. Attraverso questo movimento costante, essa disegna nel cielo un’enorme onda sinusoidale, invisibile a occhio nudo ma perfettamente nota agli antichi. Come potevano catturare questa immensa onda cosmica e renderla il fulcro di un simbolo divino? Riproducendola, per l’appunto, a guisa di un segno a “V” (dritto o capovolto). La geometria occulta che compone la Dea si plasma in base a precise coordinate celesti: Se l’onda inizia dal lunistizio inferiore (il punto più basso dell’orizzonte), il segno originario nascerà capovolto. Se l’osservazione parte invece dal fermo lunare superiore (il punto più alto), il segno risulterà una “V” dritta.
Ecco svelato il significato esoterico più puro: attraverso i tratti a “V” e i triangoli che la compongono, la Dea incarna il respiro stesso dell’universo. Rappresenta l’idea interiorizzata di un’energia che nasce, cresce, raggiunge il suo apogeo astronomico per poi diminuire, in un eterno, immutabile salire e scendere. Il simbolo della divinità non è dunque un semplice abito o un corpo stilizzato, ma la formula matematica “dell’eterno ritorno”, impressa nell’argilla per sconfiggere la morte.
Se il singolo segno a “V” cattura un istante, un singolo respiro del cosmo, la sua ripetizione genera un nuovo, potentissimo geroglifico: lo Chevron o la linea a zig-zag.
Secondo la visione della celebre archeologa Marija Gimbutas, questo motivo non era un vezzo estetico, ma il risultato diretto della reiterazione del segno a “V”. Divenne così uno dei segni principali e più sacri nelle antiche iscrizioni dell’Europa, l’emblema assoluto di quella divinità primordiale nota come la “Dea Uccello”.
Non è un caso che questi simboli, veri e propri codici crittografati del tempo lunare e solare, si ritrovino incisi su oggetti dal profondo valore rituale.
Osservando le testimonianze archeologiche, la geometria astrale prende letteralmente vita:In Anatolia, agli inizi del II millennio a.C., i vasai modellarono un enigmatico manufatto antropomorfo in terracotta; la sua particolare forma “a violino” venne interamente ricoperta e sigillata da questi intrecci di motivi geometrici. Nella lontana Moravia (Cultura di Lengyel, inizio del V millennio a.C.), il concetto si materializza in una sconvolgente statuina femminile: il volto presenta un inequivocabile becco d’uccello, mentre al posto delle braccia si ergono due ali modellate per richiamare in modo perfetto la mezzaluna crescente.
A conferma del suo ruolo cosmico, questa stessa Dea della Moravia indossa una vistosa collana decorata a Chevron: un elemento ornamentale che, unito alle ali lunari, svela apertamente il volto “uranico” (celeste e astrale) della divinità. Persino i comuni vasi in terracotta venivano trasformati in contenitori magici e sacrali grazie a lunghe decorazioni a zig-zag, concepite per imprigionare nell’argilla il ritmo del cielo. L’arte preistorica smette così di essere un tentativo ingenuo di riprodurre il mondo. Diventa una vera e propria scienza occulta, in cui ogni linea tracciata è una preghiera matematica. Il movimento a zig-zag del serpente tra le stelle dell’Eclittica, le ali lunari della Dea Uccello e le onde perfette tracciate dalla Luna nel cielo si fondono in un unico geroglifico universale.
I nostri antenati non decoravano i loro idoli: scrivevano formule geometriche per assicurarsi che, dopo ogni discesa nel buio, il motore immortale del Tempo ricominciasse il suo eterno ciclo

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