Lucifero ed il Graal

Secondo la leggenda, il Graal era uno smeraldo staccatosi dalla fronte di Lucifero durante la sua abissale caduta, e che raccolto dagli angeli, fu scavato a forma di calice e riportato nel paradiso terrestre alla cacciata di Adamo ed Eva.
Il loro figlio Seth, prefigurazione di Gesù, rientrò nell’Eden per quaranta giorni (oppure mesi o anni), recuperò l’oggetto prezioso, che sarà poi affidato ad Ermete Trismegisto, o, in un variante, ai Druidi.
Nel cenacolo, il Graal si ritrova misteriosamente fra le mani di Gesù che vi beve il vino dell’ultima cena.
Il calice, raccolto da Simone il lebbroso, viene consegnato a Pilato, che lo regala a Giuseppe d’Arimatea.
Questi vi raccoglie il sangue di Gesù crocefisso, quando la lancia del centurione Longino ne trafigge il costato.
In seguito, secondo la narrazione di Robert de Boron, quando sparì il corpo di Gesù, Giuseppe d’Arimatea viene accusato del furto e imprigionato.
In carcere conserva la coppa, dove una colomba viene a deporre una magica focaccia che lo alimenta.
Liberato, lui e Nicodemo, insieme alle Pie Donne, portano il calice sulla costa francese, e di qui ai confini con la Spagna, oppure in Inghilterra.
Da notare che nei cicli bretoni di Artù, il Graal è assente, ma è presente nelle leggende celtiche irlandesi e gallesi, che lo consegneranno al cristianesimo del XII secolo. L’ idea poi che la sede del Graal fosse diventata un castello, il “palazzo chiuso del Re” in alchimia, la si ritrova spesso. Von Eschenbach fa riferimento a Monsalvat, ma, forse per somiglianza fonetica, hanno tirato in ballo Montsegur e i Catari in modo arbitrario. Anche nei miti di Roma troviamo una pietra caduta dal cielo e scavata a coppa, poi custodita dai dodici sacerdoti Salii. Questa coppa conteneva l’ambrosia o cibo degli dei, corrispondente al Soma vedico. Un bacile analogo, contenente una sostanza che sempre sazia o risana, è presente nei miti celtici; in quelli ellenici richiama il corno dell’abbondanza di Amaltea.
Nell’Islam, la venerata Kaaba, una pietra nera meteorica, sostituisce il verde dello smeraldo, ma nel Sufismo sono importanti sia la Luce verde che quella Nera, nonché la montagna di smeraldo.
In sintesi, il Graal è una pietra o gemma, una coppa o calice, e infine un libro, simbolo di una conoscenza segreta e della sua trasmissione.
In seguito verrà assimilato al Graal il supporto su cui poggiava: la tavola dell’ultima cena, che diventerà l’altare della Chiesa col calice dell’eucaristia, nonché la Tavola Rotonda delle leggende arturiane.
Lo smeraldo originario, poi raccolto da Parsifal, è la pietra sacra alla dea Venere, ma nelle varianti potrà diventare diaspro, o anche oro, specialmente l’oro verde degli alchimisti.
La stella/pianeta Venere di per sé non ha cattiva fama in ambito cristiano, ma le sue analogie afroditiche originali, la colomba, la conchiglia, la stella mattutina e la vespertina, la stella del mare, e così via, sono state necessariamente assimilate dalla Vergine.
Lo spirito santo, con la sua fiammella vestigiale, è femminile solo in certi apocrifi gnostici.
In uno si dice persino che Maria è stata fecondata dall’arcangelo Michele.
La pietra è anche lo stesso tesoro custodito dal drago che l’eroe deve uccidere per impossessarsene o, come variante famosa, per liberare la principessa prigioniera, ovvero la Santa Sapienza (la Pallade ispiratrice di eroi, la colomba dello spirito santo, il fuoco serpentino della Shakti, la “Donna che qui regge” negli Inferi danteschi).
Questa entità trasforma la coscienza dell’eroe-iniziato, o su un piano più empirico, trasforma il piombo in oro, il corpo fisico in corpo di luce o glorioso.
Lucifero cade sulla terra e scava l’imbuto dei gironi infernali; la terra fuoriuscita agli antipodi formerà la montagna del purgatorio con in cima il paradiso.
Dunque il Graal cade nell’oscurità della materia, e per questo gli alchimisti invitavano a visitare le viscere della terra per ricercare la pietra nascosta, il Vitriol.
La discesa nel sottosuolo di Dante o di Enea, mostrano la necessità di questo viaggio immaginale per riconoscere e assimilare gli stati subumani o infernali, prima di risalire all’empireo, verso quelli super-umani.
La caduta di Lucifero è anche quella dell’umanità stessa dopo la cacciata dal paradiso terrestre.
Privata dello smeraldo o terzo occhio che dà la visione dell’eternità, dovrà riacquistarla alla fine dei tempi, quando la pietra tornerà sulla fronte dell’angelo con la corona.
Artù aveva dimostrato il suo diritto al regno estraendo la magica spada Excalibur dalla roccia in cui era fissata.
Egli sarà poi unto con l’olio sacro di Giuseppe d’Arimatea, il portatore del Graal, così come il padre Uther Pendragon ed i predecessori.
In altra versione, è la Dama del Lago, il cui braccio emerge dalle acque, a porgere la spada al futuro re.
In seguito, mentre Artù viaggia per ampliare il regno, il nipote Mordred usurpa il trono e sequestra la regina Ginevra.
Ne segue una guerra in cui il l’usurpatore viene ucciso, ed Artù è ferito da una lancia o da una spada fiammeggiante.
Per impedire la sua morte, viene trasportato su di una barca trainata da cigni bianchi, come quelli sacri all’ Apollo iperboreo, nell’isola di Avalon.
Si tratta dell’isola bianca, a volte considerata di vetro oppure rotante, come simbolo del centro supremo che ruotando crea gli elementi terra, aria, fuoco, aria, attraverso i Tre Mondi.
Il senso del “vetro” si nota nell’ etimo di uno dei più famosi luoghi legati al Graal: Glastonbury (sepolcro della pietra di vetro = glass-stone-bury).
Oltre le nebbie di Avalon, le Dame o fate, fra cui Morgana, si occupano di curare il Re con la loro magia, tuttavia ogni anno la sua ferita si riapre, e dunque Artù non può ancora tornare nel nostro mondo fisico, dove i sudditi ancora lo attendono invano.
L’assenza del sovrano rende la terra desolata, l’albero della vita e della conoscenza è ancora secco e non rinverdisce, mentre Excalibur è ripresa dal misterioso braccio della Dama del lago, o in altra versione giace spezzata in attesa che il ritorno de Re la “risaldi”.
La leggenda della sacra lancia, invece, dice che essa ferisce chi voglia conoscere troppo da vicino il mistero del Graal e della misteriosa “acqua di vita” che contiene, ma la stessa ferita è risanata dal sangue che ne esce quando si sia riusciti ad estrarre l’arma dalla piaga; ovvero a non sentire più il “dolore” o la croce della propria individualità.
Il gesto riecheggia l’estrazione della spada dalla roccia la sede del Graal, l’inviolabile “Palazzo chiuso del Re” a cui abbiamo accennato parlando di un castello nel ciclo arturiano, non è raggiungibile né per mare né per terra, ma solo in spirito, sulla famosa barca dei cigni e delle fate.
Il ritorno del Re ha diverse analogie: la guarigione di Artù, la parusìa del Cristo apocalittico, il risveglio dell’Imperatore Giallo o di Federico Barbarossa, l’avvento di Maitreya, il buddha futuro, la reintegrazione di Adamo-Lucifero, o una fusione di Cristo proprio con Lucifero, la sua ombra.
Si dipinge anche un definitivo abbraccio fra Re e Regina, per il Vedanta, Shiva e Shakti, separatisi per dare forma al mondo illusorio che ci circonda.
In sostanza, Shiva si separa dalla sua Shakti, la cerca e la ritrova, solo per capire che la separazione non era mai avvenuta o era solo una specie di sogno o illusione; ed infatti la realtà comune è appunto solo questo, in quanto nulla esiste realmente al di fuori della coscienza suprema del Sé.
Volendo, è come se Dio si fosse dimenticato di sé stesso e avesse lasciato il potere nelle mani dell’avversario, il demone ingannatore e signore di questo mondo.
Avvicinando Uomo e Dio, avremo la necessità di ricordare la propria divinità da parte del primo, oppure la necessità di una nascita di Dio dal sacro recipiendario o grembo dell’umanità, dalla sua anima.
Anche la separazione fra mondo umano e divino non è, in quel punto principiale, mai avvenuta; Excalibur non è mai stata spezzata, e la Dama del Lago la riconsegna, più salda che mai, ad un Artù finalmente guarito.

Tratto dagli scritti di Fulvio Mocco.

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