Il giusquiamo nero

A distanza di qualche tempo, ho il piacere di presentarvi un nuovo approfondimento dedicato a un tema che non solo mi appassiona profondamente, ma che rappresenta per me un modo per onorare e preservare la memoria dei miei avi: sto parlando delle mie amate erbe.
Oggi ve ne presento una molto particolare, importantissima nella storia della stregoneria che attraversa il medioevo ed arriva fino a noi: il Giusquiamo nero, conosciuto anche come Alterco.
È una pianta erbacea, considerata anche come un infestante, prevalentemente annuale ( o biennale, dipende dai luoghi climatici) appartenente alla famiglia delle solanacee.
Fin dall’antichità ha suscitato grande fascino e timore, affermandosi come una delle piante venefiche e psicoattive più importanti e pericolose della flora europea.
Il Giusquiamo Nero ha un aspetto inconfondibile: raggiunge un’altezza che varia dai 15 cm a circa un metro, sebbene solitamente si assesti tra i 30 e i 60 centimetri. Il fusto è eretto, robusto e ricoperto da una fitta peluria ghiandolare ispida, spesso con lievi sfumature violacee. Le foglie, di un colore verde opaco o scuro, sono disposte in modo alterno; presentano una forma ovata o lanceolata, spesso lobata o pennato-partita, con margini ondulati e irregolarmente dentellati. Tutta la pianta, coperta di peli ghiandolari, risulta vischiosa e appiccicosa al tatto ed emana un odore molto sgradevole e fetido, specialmente se sfregata. I fiori sono il tratto più affascinante della pianta.
Presentano una corolla tubulosa o a imbuto con 5 petali arrotondati. Il colore è tipicamente giallo sporco, giallo-verde o rosato, solcato da un fittissimo reticolo di venature porpora o violette che ricordano dei capillari sanguigni o la tela di un ragno. Un’altra caratteristica interessante di questa pianta è rappresentata dal suo frutto; è una particolare capsula deiscente, chiamata pisside, che ricorda un dente o un piccolo ananas e, una volta giunto a maturazione, si apre letteralmente scoperchiandosi (tramite un opercolo).
Al suo interno custodisce fino a 200 piccolissimi semi reniformi (a forma di rene), bruni, rugosi ed estremamente velenosi.
Il frutto rimane a lungo incastrato all’interno del calice persistente della pianta.
Il Giusquiamo Nero è originario delle regioni temperate di Europa, Nord Africa e Asia, in un’area che spazia dal Medio Oriente fino alla Cina. Oggi è naturalizzato anche in altre aree temperate del globo. È un erba molto comune anche qui in Italia, dove è presente praticamente in tutte le regioni. Il suo habitat ideale è costituito da ambienti ruderali, terreni incolti, asciutti, muretti a secco, letamai e rocce. Predilige le fasce altitudinali che vanno dal livello del mare fino alla media montagna. In passato, questa pianta ha trovato un’ampia propagazione grazie alle vie della transumanza: essendo molto vischiosa, le sue parti rimanevano facilmente attaccate al vello delle pecore, che ne favorivano la diffusione lungo i sentieri.
Come vi dicevo, tutta la pianta è altamente tossica, ma le foglie e i semi lo sono in modo particolare. La sua pericolosità è data dalla presenza di potenti alcaloidi tropanici, tra cui la scopolamina, la iosciamina e l’atropina.
Gli effetti sul corpo umano, dovuti al blocco dei recettori muscarinici del sistema nervoso centrale, sono devastanti e spaventosi: includono secchezza delle fauci, tachicardia, midriasi (dilatazione delle pupille), vomito, perdita di controllo, intensa agitazione, risate deliranti, fantasie erotiche e allucinazioni vivide.
La pianta causa la sensazione di volare, stati estatici e amnesia.
Un avvelenamento grave può portare al coma e alla morte per arresto respiratorio.
L’ingestione di soli 20-30 semi può risultare letale, tutti gli uccelli muoiono istantaneamente se se ne nutrono ma curiosamente, i maiali sembrano immuni alla sua tossicità, tanto che l’etimologia del nome greco *hyoskyamos* significa letteralmente “fava del porco”.
Da qui capite che a causa dei suoi intensi effetti psicoattivi, il giusquiamo nero vanta una tradizione millenaria legata alla magia e all’esoterismo.

L’unguento delle streghe

Il giusquiamo nero era uno degli ingredienti fondamentali, insieme ad altre piante della famiglia delle Solanacee come la belladonna, la mandragora e lo stramonio, del cosiddetto “unguento delle streghe”.
Il più famoso trattato filosofico-magico che descrive nei particolari le ricette dell’unguento è il ‘Magia naturalis sive de miracoli rerum naturalium (1558)’ di Giovan Battista Della Porta, dove viene riportato anche un ‘esperimento’ condotto dall’autore su una fattucchiera per studiare l’illusione del volo e i “sogni dilettevoli” provocati dalla crema.
La sua funzione principale era quella di indurre potenti stati allucinatori e alterazioni della coscienza, che conferivano alle donne la vivida illusione di volare in spirito verso il sabba (i raduni orgiastici)
L’efficacia e la funzione del giusquiamo in questo unguento si basavano su specifiche caratteristiche farmacologiche e modalità di applicazione;

  • Principi attivi liposolubili: il giusquiamo è ricco di alcaloidi tropanici, in particolare la scopolamina, una molecola liposolubile, in grado di attraversare molto facilmente la barriera cutanea
  • Zone di applicazione mirate: l’unguento, che spesso traeva origine da preparati curativi come l’unguentum populeum (a base di foglie di pioppo), veniva spalmato su tutto il corpo, prediligendo le zone più irrorate di vasi sanguigni e con pelle più sottile. Veniva frizionato sotto le ascelle, sul petto, sull’inguine, sulle piante dei piedi e sui genitali.
  • Uso di manici di scopa: Una pratica nota prevedeva l’applicazione dell’unguento su bastoni o manici di scopa. Cavalcando questi oggetti, le sostanze venivano rapidamente e profondamente assorbite attraverso la membrana della mucosa vaginale
  • Frizione vigorosa: iocumenti storici, come le già citate cronache di Giovan Battista Della Porta del 1558, riportano che l’unguento veniva sfregato vigorosamente fino a far arrossare la pelle; questa frizione serviva a far rilassare i tessuti e dilatare i pori, permettendo all’olio di penetrare più profondamente e scatenare una reazione psicotropa rapida e violenta.

A livello fisiologico, la scopolamina agiva come un potente antagonista dell’acetilcolina, inibendo i recettori muscarinici del sistema nervoso centrale. Questo blocco provocava una vera e propria grave intossicazione neurotossica, i cui sintomi includevano ottundimento psichico, amnesia, deliri e allucinazioni visive che potevano spaziare da visioni terrificanti a sogni dilettevoli, accompagnati spesso dalla sensazione di fluttuare nell’aria e da grottesche fantasie ed eccessi sessuali.
Di conseguenza, ciò che durante i processi inquisitori veniva giudicato come un fenomeno magico e di stregoneria, altro non era che l’effetto inebriante e deliriogeno di queste molecole vegetali.
Facendo un passo indietro nella storia, i miti raccontano che nell’antica Grecia, questa erba era chiamata ‘Erba Apollinaris’ (l’erba di Apollo) e si ipotizza che la famosa ‘Pizia dell’oracolo di Delfi’ ne inalasse i vapori magici per cadere in trance e recitare profezie divine.
Anche i Celti veneravano la pianta chiamandola belenion, in onore di Belenos, dio del sole. Le tribù indogermaniche la chiamavano bhelena (“pianta della pazzia”) e usavano addizionarla alla birra e all’idromele per ottenere bevande inebrianti o per rituali volti a far piovere. I semi sono stati rinvenuti addirittura in alcune tombe di profetesse vichinghe.
Si narra che il veleno versato nell’orecchio del re (il padre di Amleto) nella celebre tragedia di Shakespeare fosse proprio l’essenza di giusquiamo. È citato anche da Voltaire in un mix letale nel suo racconto Zadig.

Usi medici

Se da un lato era una pianta demoniaca, dall’altro è stata una preziosa alleata per la medicina antica, e lo è, in maniera inaspettata anche per la medicina moderna.
Fin dall’antichità e nel Medioevo, la pianta veniva utilizzata nella “spongia somnifera”. Questa spugna, imbevuta di giusquiamo, oppio e mandragora, veniva posta sul volto dei pazienti per indurre un sonno profondo e permettere operazioni chirurgiche altrimenti impossibili per il dolore. Recenti scavi in un insediamento romano nei Paesi Bassi (Houten-Castellum) hanno portato alla luce un osso cavo di pecora sigillato con catrame di betulla, usato come contenitore per conservare intenzionalmente centinaia di semi di giusquiamo. Questo reperto dimostra che, come scritto da Plinio il Vecchio, i Romani lo usavano deliberatamente come analgesico per febbre, tosse e dolori.
Siccome il frutto della pianta ha la forma di un dente, la dottrina delle segnature antiche portò a chiamarla ‘Dentaria’ o ‘Erba di Sant’Apollonia’ (santa protettrice dei denti). Il fumo dei semi bruciati veniva inalato per calmare le nevralgie dentarie. In Piemonte la pianta è nota dialettalmente anche come ‘erba del tarlo’, a dimostrazione di un antico uso casalingo come insetticida.
Oggi, dalla pianta e dai suoi alcaloidi, la farmacologia moderna ricava importantissimi farmaci (come il derivato N-butilbromuro di ioscina, noto commercialmente come Buscopan) impiegati come antispastici intestinali, sedativi per il morbo di Parkinson, e trattamenti contro il mal d’auto. Infine, per la sua capacità di deprimere il controllo mentale, in passato la scopolamina è stata usata anche come “siero della verità”.

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