Il prugnolo
Questa prima settimana d’autunno mi porta finalmente un senso di sollievo: dopo un periodo insolitamente caldo e preoccupante per la stagione, la temperatura è tornata nella norma almeno nelle prime ore del mattino e sul far della sera (nel pomeriggio la temperatura è ancora eccessiva).
Durante una passeggiata nel parco vicino a casa, la mia attenzione è stata catturata da uno dei veri protagonisti dell’autunno: il prugnolo.
In un punto appartato del parco, accanto alle betulle ormai quasi spoglie, questo arbusto intricato spicca come un “istrice” vegetale, ricoperto di bacche blu intenso (più esattamente sono ‘drupe’) che richiamano i colori del cielo al tramonto.
Avevo già notato questo arbusto, in primavera, con i suoi bellissimi fiori bianchi con 5 petali e stami dalle antere rosse; sono rimasto colpito dalla sua metamorfosi che ha atteso l’arrivo dei primi freddi per compiersi. A differenza della maggior parte dei frutti selvatici che richiedono il calore del sole estivo per raggiungere la dolcezza, la prugnola necessità dell’esatto contrario.
Botanicamente è un piccolo albero appartenente alla famiglia delle Rosaceae, noto anche con il nome popolare di “Spino Nero” (Blackthorn, in inglese).
Raggiunge un’altezza compresa tra i 2,5 e i 5 metri (quello qui nel parco è più piccolo, e quindi, presumo sia relativamente ‘giovane’) ed è molto longevo (può superare i 60 anni); è caratterizzato da una corteccia scura, quasi nerastra, e da rami intricati dotati di spine lunghe e acute.
Prima del freddo i frutti del prugnolo sono estremamente aciduli e ricchi di tannini (composti chimici di origine vegetale appartenenti alla famiglia dei polifenoli), con un potere astringente tale da renderli immangiabili; ma le prime brinate autunnali spezzano delicatamente la buccia e innescano processi enzimatici interni. Tannini e acidi si convertono in zuccheri semplici, rendendo la polpa morbida, dolce e finalmente appetibile.
Nel panorama naturale, il prugnolo incarna il valore della pazienza e della resilienza. Rappresenta il passaggio della natura verso la quiescenza invernale: proprio quando la vegetazione circostante si ritrae e sparisce, questo arbusto offre il suo dono più prezioso, dimostrando che il freddo non è soltanto privazione, ma anche fattore di maturazione.
Attraverso la sua natura spinosa e il sapore unico dei suoi frutti ricoperti dalla brina, il prugnolo ci ricorda che la bellezza e la dolcezza della natura richiedono, oltre che al tempo e alla tenacia, la capacità di saper attraversare il freddo (ed è così, se ci pensate, anche nella vita.
L’antica sapienza contadina fissa la raccolta del prugnolo dopo la prima gelata di novembre; con la macerazione delle drupe, assieme ad alcool e spezie, si fa il famoso ‘Bargolino’, liquore dalle proprietà rinvigorenti e digestive, molto adatto alle serate invernali.
Le prugnole, previa cottura e setacciatura per eliminarne il nocciolo, sono ottime come abbinamento a formaggi stagionati o carni.
Se le bacche mature risultano del tutto commestibili, occorre prestare attenzione a noccioli, foglie e corteccia: contengono ridotte dosi di glicosidi cianogenetici (tra cui amigdalina e prunasina) capaci di liberare acido cianidrico, rivelato dal caratteristico aroma di mandorle amare.
Ma la straordinarietà di questa, all’apparenza umile, pianta è però nella sua ricchezza di principi attivi e proprietà benefiche.
Come vi dicevo, qualche riga fa, questo arbusto racchiude una notevole concentrazione di tannini, flavonoidi (con un apporto notevole di quercetina e kaempferolo), acidi fenolici, antociani e vitamina C, oltre a componenti amari e composti cumarinici. Queste sostanze offrono spiccate virtù astringenti (efficaci contro i disturbi intestinali), unitamente ad azioni diuretiche, depurative, antinfiammatorie e antiossidanti, cosa che fa del prugnolo un vero e proprio alleato naturale per la salute e il benessere del nostro organismo.
Infatti, dalle infusioni floreali si ricavano bevande delicate dalle spiccate qualità disintossicanti e dolcemente regolatrici. I decotti ottenuti dalle parti legnose o dai frutti sono ideali per sciacqui orali, portando sollievo a gengive o gole infiammate.
La tintura madre estratta da questa pianta trova spazio nella preparazione di rimedi omeopatici per stati dolorosi e la cosmesi naturale ne impiega gli estratti vegetali per donare tono alla pelle.
Lo spino nero ha un ruolo piuttosto importante anche nella tradizione della stregoneria e della magia naturale; infatti, pur essendo intimamente legato alla rigidità invernale e alle ombre, esso costituisce uno scudo naturale di straordinaria efficacia contro le avversità spirituali.
Ma andiamo con ordine.
Nella cosmologia celtica, questo arbusto rappresenta il perfetto contrappeso del biancospino. Mentre quest’ultimo risveglia la primavera, il prugnolo custodisce il regno dell’ombra, governando la stagione fredda che va da Samhain a Yule.
La tradizione lo consacra alla Cailleach, la sovrana dell’inverno. La leggenda narra che con il suo bastone di prugnolo la divinità percuota il terreno per risvegliare le gelate e coprire la terra di neve, guadagnando a questa pianta l’appellativo di “regina scura dei boschi”. L’origine stessa del termine anglosassone ‘sloe’ rimanda a radici antiche legate al concetto di stasi e fine, evocative sia del riposo vegetativo, sia dei pericoli nascosti tra le sue spine acuminate.
Nell’antico Ogham, la scrittura sacra dei Celti, l’arbusto incarna il carattere Straif che simboleggia la tenacia interiore e la virtù della pazienza necessaria per
attraversare le prove più cupe. I bardi ne invocavano lo spirito prima di pronunciare versi satirici: il potere della loro parola, scagliato sotto l’auspicio dello spino, era temuto persino dai sovrani per la sua capacità di piegare il destino.
Le trame fitte e spinose del prugnolo venivano considerate un passaggio discreto verso il mondo invisibile e le sue creature. I racconti d’Irlanda narrano delle ‘Lunantisidhe’, entità gelose e custodi del bosco che proteggono i rami scuri, allontanandosi soltanto nelle notti di plenilunio.
Danneggiare la pianta durante le celebrazioni stagionali era ritenuto un gesto sconsiderato, capace di attirare la sfortuna. In altre storie popolari, le sue drupe figurano come strumenti di metamorfosi e prodigi inaspettati.
Con il passare dei secoli, la natura intricata dello spino nero ha suscitato un timore reverenziale, trasformandolo in un simbolo equivoco.
Se da un lato gli si attribuiva la manifattura di bacchette per incantesimi d’ombra, le usanze contadine ne facevano soprattutto un baluardo di purificazione e riparo.
Nei racconti epici, gettare un rametto alle proprie spalle faceva sorgere barriere insuperabili per seminare gli inseguitori.
I rami intrecciati attorno alle dimore offrivano un solido riparo contro le influenze nefaste. Durante la Notte di Walpurgis (un’antica celebrazione pagana della primavera, tipica dell’Europa centro-settentrionale e praticata soprattutto dai popoli germanici, che avveniva la notte tra il 30 aprile ed il 1º maggio), il legno di prugnolo veniva arso insieme al ginepro per purificare l’aria e scacciare le ombre dalla comunità.
La straordinaria compattezza e la fibra robusta di questa pianta venivano valorizzate anche nell’artigianato: le popolazioni gaeliche ne ricavavano gli eccezionali bastoni da passeggio noti come shillelagh, apprezzati per la loro insuperabile resistenza.
Nella stregoneria contemporanea e nella magia naturale, d’ispirazione Wicca, l’arbusto continua a incarnare il periodo di apparente inattività invernale e la figura della Dea Anziana, guidando i momenti di introspezione e di trasformazione interiore nel tempo di Samhain. Incarna il tempo del riposo, ricordandoci la fecondità del freddo e la conclusione necessaria di ogni ciclo vegetale. Insieme al biancospino, traccia il confine tra la metà luminosa e quella oscura dell’anno e attraverso l’apparente ostilità delle sue spine, insegna che la dolcezza della fioritura richiede il coraggio di attraversare le stagioni più rigide della vita.
Il suo legno robusto rimane la scelta prediletta per forgiare strumenti rituali volti a tracciare confini energetici e a preservare la tranquillità dell’operatore.

