La Vergine barbuta
In questo articolo, che suddivido in due parti (nella seconda ci sarà un rituale incentrato su questa forza spirituale), mi occupo di una figura poco conosciuta ma di grande interesse dal punto di vista esoterico: si tratta della figura leggendaria di Santa Wilgefortis, diffusamente nota nella tradizione popolare come “Santa Liberata”.
La sua storia si rivela, in realtà, un tema molto complesso e affascinante, poiché sotto questo unico nome si intersecano, si confondono e si sovrappongono le vicende storiche e leggendarie di almeno quattro figure diverse nel corso dei secoli della devozione popolare: la “Vergine barbuta” (che costituisce l’oggetto di questo articolo), Santa Liberata di Como, Santa Liberata delle Nove Gemelle e Santa Liberata di Pavia.
Analizzando nel dettaglio la figura mitica, la tradizione tramanda che Wilgefortis fosse una principessa portoghese convertita al cristianesimo, la quale aveva formulato un personale voto di verginità. Nel momento in cui il padre pagano cercò con la forza di obbligarla a sposare il re di Sicilia (o, secondo altre versioni, un principe moro), la giovane si rivolse a Dio con intense preghiere, domandando la grazia di essere resa ripugnante nell’aspetto in modo da evitare il matrimonio forzato.
In modo del tutto miracoloso, durante la notte le crebbe sul viso una folta barba maschile. Di fronte a questa mutazione, il pretendente fuggì profondamente inorridito, mentre il padre della giovane, accecato da una furia incontrollabile, decise di farla giustiziare facendola morire su una croce.
Le fonti a disposizione indicano che il culto sia derivato originariamente da un fraintendimento iconografico di epoca medievale legato al Volto Santo di Lucca, ovvero un antico crocifisso ligneo raffigurato vestito, che i pellegrini confusero per una sagoma femminile. Identificata anche con svariati altri nomi, tra cui Kümmernis o Uncumber, la santa si tramutò col tempo in una specifica protettrice per tutte le donne che tentavano di liberarsi da mariti violenti o da matrimoni e unioni del tutto sgradite.
Proprio a causa della totale mancanza di prove storiche e documentali verificabili, unita all’evidente origine nata da questo singolare malinteso iconografico, il culto di Santa Wilgefortis, che in determinate epoche e regioni europee aveva raggiunto una popolarità tale da rivaleggiare persino con quello della Vergine Maria, fu ufficialmente soppresso dalla Chiesa Cattolica nel 1969. Questa decisione portò alla sua definitiva rimozione dai calendari liturgici ufficiali, a seguito della profonda revisione e riforma introdotta dal Concilio Vaticano II.
Una delle leggende devozionali più celebri e suggestive legate alla figura della Vergine Barbuta narra la vicenda di un povero musicista itinerante (la cui figura varia a seconda delle diverse tradizioni locali, venendo descritto talvolta come un violinista e talvolta come un suonatore di liuto) che si trovava a suonare con devozione proprio ai piedi della statua della santa crocifissa. Per ringraziarlo di quel sincero conforto musicale, la statua miracolosamente lasciò cadere una delle sue preziose scarpe d’oro. Il musicista, felice del dono, portò la preziosa calzatura da un orefice locale per poterla vendere, ma fu immediatamente accusato di furto sacrilego e condannato alla pena di morte. Come ultimo desiderio prima dell’esecuzione, l’uomo chiese e ottenne il permesso di poter suonare un’ultima melodia davanti all’immagine della santa: fu così che, sotto gli occhi sbalorditi della folla radunata, la statua della santa scalciò via anche la sua seconda scarpa, dimostrando in modo inequivocabile l’innocenza dell’uomo e salvandogli miracolosamente la vita.
Nel territorio dell’Inghilterra la santa era tradizionalmente conosciuta e venerata con il particolare nome di “St. Uncumber”, un’espressione antica che significa letteralmente “colei che libera dai fardelli” o “colei che toglie l’ingombro”.
Il celebre scrittore, politico e filosofo del XVI secolo Tommaso Moro (Thomas More) esprimeva aperto scetticismo e derideva questa radicata credenza popolare nei suoi scritti, raccontando con ironia come le donne sposate avessero l’abitudine di offrirle in dono un sacco di avena affinché la santa le “sgravasse” (“uncumber”, per l’appunto) dalla presenza opprimente di mariti violenti, prepotenti o semplicemente indesiderati. Nomi dal significato del tutto simile, tutti chiaramente incentrati sul tema della liberazione dalle sofferenze e dai problemi quotidiani, le vennero attribuiti nelle varie lingue in tutta Europa: la santa divenne così Débarras (“sbarazzarsi”) all’interno della tradizione francese, Ontkommer (“sfuggire” o “trovare scampo”) nei territori dei Paesi Bassi e Kümmernis (“angoscia”, “dolore” o “affanno”) nelle regioni della Germania.
Il famosissimo pittore fiammingo Hieronymus Bosch scelse di dedicare a questa figura un intero trittico (la cui realizzazione è datata dagli esperti di storia dell’arte intorno al 1497) raffigurante proprio una donna martirizzata sulla croce; l’opera era stata originariamente scambiata per la rappresentazione di un’altra santa ma, in seguito a recenti e accurati interventi di restauro, è apparsa in modo chiaramente visibile sul volto una leggera ma inequivocabile barba. Inoltre, diversi studiosi di letteratura e folklore suggeriscono che la familiare e diffusa immagine della santa barbuta potrebbe aver esercitato una notevole influenza sulla percezione e sull’immaginario del pubblico del Seicento riguardo alle “sorelle fatali” (le celebri streghe), anch’esse dotate di barba, che appaiono nella tragedia Macbeth del drammaturgo William Shakespeare. In epoca più recente, la sua figura è stata persino recuperata e ritratta in diverse opere d’arte contemporanee, come ad esempio nella serie intitolata “Queer Santas” realizzata dall’artista chicana Alma Lopez, che sceglie di rappresentarla visivamente come una donna dai tratti mascolini che trova la propria personale liberazione attraverso il rifiuto consapevole delle convenzioni sociali di genere.
All’inizio di questo articolo vi accennavo dell’importanza di questa ‘figura’ in ambito occulto / esoterico. Il legame tra la “vergine barbuta” (nota come Santa Wilgefortis, Liberata o Starosta) e l’esoterismo si fonda su diversi elementi simbolici nascosti nella sua iconografia, che rimandano all’alchimia, al mito dell’androgino e a riti di iniziazione.
La particolarità di una figura femminile dotata di barba la rende una perfetta rappresentazione della “coincidentia oppositorum” (l’unione degli opposti). Nella tradizione esoterica e alchemica, la fusione di attributi maschili e femminili in un unico corpo biforme rimanda al concetto di Rebis, l’essere ermafrodito che simboleggia il compimento della Grande Opera e la perfezione spirituale.
Ispirandosi alle Metamorfosi di Ovidio, gli stessi alchimisti del passato consideravano la figura dell’ermafrodito come il modello ideale della trasmutazione. Essi vedevano in Cristo l’ermafrodito per eccellenza, inteso come l’unità dei contrari (umano e divino, maschile e femminile); di conseguenza, l’immagine di Wilgefortis viene letta come un riflesso diretto di questa natura ambivalente.
Inoltre, alcuni studiosi ipotizzano che l’iconografia di questa santa sia servita per traghettare e nascondere nel mondo cristiano medievale il culto di antiche divinità androgine greco-orientali, come Ermafrodito (nato da Ermes e Afrodite) o Agdistis (divinità nata dal seme di Zeus). Tali culti, altrimenti, non avrebbero mai potuto essere tollerati dalla nuova morale religiosa.
Un altro dettaglio della leggenda carico di significati esoterici è quello della scarpa (d’oro o d’argento) che la santa crocifissa lascia cadere per donarla a un povero musicista, sia esso un violinista o un suonatore di liuto. A livello esoterico, il gesto di denudare volontariamente il piede richiama tradizioni antiche, come quella del dio latino Ceculo, legate al cammino su un suolo consacrato.
In questa specifica lettura, il musicista rappresenta il “profano” che si avvicina “senza metalli” (un tipico richiamo alla simbologia massonica e iniziatica) al mistero della morte. Assistendo al rito di passaggio della santa, il musicista viene trasformato, evolvendo da profano a vero e proprio “iniziato” al culto della Vergine.
In alcune regioni dell’Europa centrale, e in particolare a Praga, la santa è conosciuta con il nome di Starosta. Presso le antiche popolazioni slave, questo termine indicava l'”anziano saggio” a guida della comunità. In chiave esoterica, questo nome suggerirebbe che il neofita, o iniziato, è chiamato non a una semplice devozione religiosa, ma a un cammino verso la “Sapienza” e la “Conoscenza più alta”, una strada che dev’essere affrontata con volontà forte e ferma, senza temere dolori o persecuzioni.
In sintesi, per l’esoterismo l’immagine della Vergine Barbuta ha rappresentato un veicolo attraverso cui antichi miti e profondi concetti alchemici sono riusciti a sopravvivere per secoli “nel grembo dei propri oppressori”, custodendo un segreto sotto le mentite spoglie di una devozione popolare cristiana.

