La magia e il mistero di David Bowie
Sapete ormai, cari lettori, che gli articoli di questo blog spesso nascono da quei momenti di tranquillità in cui mi metto a scrivere sulla mia amata Debian, cercando l’ispirazione giusta per proporre qualcosa che, spero sempre, sia di vostro gradimento.
Metto un po’ di musica, apro Textmaker e comincio a scrivere. La mia playlist si mette a suonare ‘Warszawa’ un meraviglioso pezzo di David Bowie. Mi è venuto in mente che sono 10 anni che è scomparso il grande ‘Duca’ la cui arte ( e vissuto ) è legata a doppio filo con i temi a noi cari: magia e occulto.
Ho ripescato quindi un estratto da ‘Season of the Witch: How the Occult Saved Rock and Roll’ del 2014, completandolo con alcune considerazioni sull’ultima fantastica (è sì, sono un fan lo ammetto) opera che Bowie ci ha lasciato: Darkstar.
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Quando nel 1975 un Cameron Crowe diciannovenne fece visita a David Bowie per un’intervista a Rolling Stone, si trovò davanti un Bowie strafatto di cocaina che accendeva candele nere per proteggersi da forze soprannaturali invisibili annidate, a suo dire, fuori dalla finestra. Bowie aveva appena terminato le riprese di ‘The Man Who Fell to Earth’ con il regista Nicolas Roeg. Era un periodo febbrile per UFO e incontri alieni, e per Bowie era facile fondersi con il ruolo. Da tempo cantava del terrore esistenziale dello spazio profondo e della caduta delle rockstar aliene, ma era sempre stato in anticipo sulla coscienza culturale collettiva.
Quando ‘The Man Who Fell to Earth’ uscì nelle sale, la cultura popolare era già pesantemente invasa da entità cosmiche. Il numero di libri e special televisivi sugli UFO probabilmente superava quello degli avvistamenti reali. Ma a quel punto Bowie stava canalizzando qualcosa di più seducente degli antichi astronauti: stava mescolando fantascienza, magia e cocaina. Se da un lato il risultato avrebbe fornito al rock una potente scossa occulta, proseguendo la trasformazione della musica popolare, dall’altro la sua sanità mentale ne avrebbe pagato il prezzo. Fortunatamente l’artista ne uscì in gran parte indenne, ma l’eredità di quella battaglia tra magia e ragione avrebbe segnato la fase successiva della continua metamorfosi occulta del rock. L’esplorazione della coscienza di Bowie attraverso costumi, teatralità e una spinta creativa inarrestabile dimostrò ancora una volta a musicisti e pubblico che la musica non avrebbe mai dovuto accontentarsi di seguire una moda. L’immaginazione occulta fece in modo che il rock non morisse mai, e Bowie vi iniettò una sorta di “speedball” puro per tenerlo sveglio, a qualunque costo.
Sebbene molti dei suoi testi contengano riferimenti a diverse forme di occultismo (spesso filtrate da immagini nietzschiane, ideologie fasciste bizzarre e messia alieni) il modo in cui tutto questo ha plasmato la cultura rock non è immediato come, ad esempio, l’uso del sitar di George Harrison ispirato al misticismo orientale, o l’interesse di Jimmy Page per la magia, visibile anche nelle copertine degli album e nell’aura sinistra dei Led Zeppelin. Non basta soffermarsi sull’interesse mercuriale di Bowie per il misticismo e le pratiche esoteriche. Il suo ruolo in questa narrazione più ampia è molto più sottile, ma in un certo senso anche il più profondo. Nella storia del rock difficilmente si trova un mago più autentico di Bowie, perché egli è arrivato a incarnare il modo stesso in cui la magia funziona.
Come avviene nella magia da palcoscenico, il pubblico accetta volontariamente di essere ingannato, di lasciarsi sedurre dall’illusione. Lo stesso accade nella magia rituale e cerimoniale, dove questo meccanismo è fondamentale per la riuscita degli eventi all’interno di un gruppo, di una comunità o di una confraternita. Esiste un linguaggio condiviso, spesso tacito, la cui potenza si manifesta nel modo in cui un neofita accetta implicitamente simboli e gesti codificati: come quando un apprendista massone riceve la prima stretta di mano rituale, il “segno”, e la riconosce senza esitazione come valida.
Nonostante i suoi oscuri interessi occulti e il finale quasi tragico di una carriera comunque straordinaria, le personalità cosmiche e magiche di Bowie portarono il rock su un nuovo piano. Bowie usò il glamour (sia in senso estetico sia in senso magico) per condurre il pubblico rock ad accettare una visione bisessuale e non binaria dell’identità. Non si trattava semplicemente dell’androginia sessuale alla Mick Jagger.
L’identità sessuale di Bowie era una forma di trasgressione che illuminava qualcosa di universale e forse inconscio. Bowie era un veggente culturale, non diverso da Tiresia, il profeta della mitologia greca che, punito dagli dèi, visse come donna per sette anni. Tiresia cammina tra due mondi, maschile e femminile, e grazie a questa saggezza riesce a intuire la forma delle cose future. Compare in molte tragedie greche, spesso come annunciatore di destini funesti, o come seguace di Dioniso nelle Baccanti, anticipando il momento di travestimento di Penteo in sottomissione al dio.
Bowie rivestì i suoi temi transgender con ciò che all’epoca era all’avanguardia (alieni, magia e misticismo) ma i toni erano cupi. Tra il 1970 e il 1975 aleggiava un fervore messianico e apocalittico inquieto. Era difficile capire se Bowie stesse lanciando avvertimenti o celebrazioni attraverso le sue performance. Con l’aggravarsi del suo consumo di droghe, forse non lo sapeva nemmeno lui.
Il primo album di Bowie, David Bowie (1967), era un curioso esercizio di fantasia britannica: pop zuccheroso e leggero, chiaramente pensato per entrare nella Top 40. Ma con il secondo album, Space Oddity (1969), Bowie si reinventò come cosmonauta e diede inizio a una serie di continue trasmutazioni, un elisir alchemico vivente che diventava sempre più potente e pericoloso a ogni esperimento. I critici concordarono sull’unicità di Space Oddity. La title track è un viaggio spaziale esistenziale in cui il Maggiore Tom si ritrova scollegato sia dal razzo sia dalla realtà, fluttuando liberamente nei piani astrali.
Un recensore di ‘Disc and Music Echo’ scrisse estasiato:
«Ho ascoltato incantato dall’inizio alla fine, ansimando per sapere quale sarebbe stato il destino del povero Maggiore Tom e del suo viaggio nell’emisfero esterno».
Era una canzone rock del 1969 che osservava, dall’interno del vuoto stellato, la fine del decennio con malinconico distacco. Memory of a Free Festival rende omaggio ai festival musicali degli anni Sessanta, ma la speranza finale non è riposta nell’adunata hippie. La salvezza è ultraterrena e arriva attraverso “macchine solari”, astronavi interplanetarie pilotate da venusiani. Ma quella speranza non è eterna.
L’immaginario del frutto proibito avrebbe sorretto l’album successivo, ‘The Man Who Sold the World (1970)’. In Bowie stava emergendo una sorta di decadente inquietudine, visibile anche nella copertina britannica: Bowie sdraiato su un divano di seta, in abito e stivali di pelle, con un mazzo di carte sparso ai suoi piedi. I brani sono pesanti, alcuni anticipano l’heavy metal, e i temi sono minacciosi ed esplicitamente sessuali. Bowie si immagina iniziato a una setta proibita che promette salvezza attraverso una sorta di gnosticismo musicale: per conoscere te stesso devi abbandonare l’illusione della convenzione, assaggiare liberamente ciò che il serpente offre, senza vergognarti della conoscenza che ne ricavi. Il tema dei superuomini aleggia sull’intero album, ma non è chiaro se Bowie si veda come loro pari o come pedina.
Con Hunky Dory (1971), la fascinazione di Bowie per la magia diventa più esplicita. Crowley riceve il suo inevitabile omaggio in Quicksand, un brano cupo su una crisi spirituale. Il biografo Nicholas Pegg sottolinea Oh! You Pretty Things, con il suo avvertimento che «l’Homo sapiens ha esaurito la sua utilità». Pegg ritiene che sia un riferimento a The Coming Race (1871) di Edward Bulwer-Lytton, romanzo in cui un uomo scopre una civiltà sotterranea di superuomini antichi, dotati di un’energia chiamata vril, capace di controllare clima ed emozioni.
Questa strana storia avrebbe potuto restare una curiosità ottocentesca, se non fosse stato per Il mattino dei maghi di Louis Pauwels e Jacques Bergier (1960), che scatenò un’ondata di speculazioni esoteriche e teorie complottiste ancora oggi presenti. I due autori, ispirati da Charles Fort, tracciarono una storia segreta dell’umanità in cui alieni visitavano la Terra, alchimia e fisica moderna convivevano e figure storiche intuivano il proprio ruolo in un destino cosmico. Gli anni Settanta avevano bisogno di un messaggero che incarnasse sogni astronomici e mutazioni occulte. Solo Bowie poteva immaginare una simile creatura.
Con The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, Bowie creò una delle figure più iconiche della storia del rock. Ziggy non è qui per sperimentare sugli esseri umani, ma su se stesso, alla ricerca di una conoscenza proibita nei deserti urbani della Terra.
Nel 1973 Rolling Stone mise a confronto due poli della trasgressione culturale: William Burroughs e David Bowie. Durante l’incontro Bowie raccontò il mito di Ziggy, un’entità abitata da superesseri alieni chiamati “Infinites”. Burroughs rispose parlando del suo progetto di un istituto per preparare l’umanità al contatto extraterrestre.
Da lì Bowie tornò a una magia più decadente con Diamond Dogs, un album apocalittico e inquietante. La visione distopica rifletteva la sua dipendenza dalla cocaina e una crescente ossessione per l’occulto.
Quando Crowe lo incontrò, Bowie era convinto di essere vittima di una maledizione, forse lanciata da Jimmy Page. Disegnava simboli cabalistici sul pavimento del suo studio e parlava di un futuro apocalittico in cui il rock avrebbe esercitato un potere oscuro.
In un’intervista del 2009, Bowie ammise che la cocaina aveva frantumato la sua psiche: «Allucinavo ventiquattr’ore al giorno».
Negli anni Settanta l’occulto era dominato dall’immaginario del diavolo, ma Bowie lo bypassò per una forma più sottile e pericolosa di magia: l’auto-realizzazione.
Con Station to Station (1976) emerse il ‘Thin White Duk’e, una figura svuotata, il guscio bruciato di un uomo che aveva tentato di toccare il sole. La canzone Station to Station è una confessione ossessiva, intrisa di riferimenti cabalistici: «Un movimento magico da Kether a Malkuth».
È l’immagine del mago decadente, un Faust moderno in un paesaggio gotico. Ed è qui che Bowie diventa, più di chiunque altro, il grande mago del rock: colui che, anche mentre la propria psiche si frantumava, riuscì davvero a «produrre cambiamento in conformità con la volontà».
A distanza di quarant’anni dalle visioni apocalittiche e dalle ossessioni occulte degli anni Settanta, David Bowie sarebbe tornato consapevolmente su quel terreno con Blackstar (2016), il suo ultimo lavoro, pubblicato due giorni prima della morte. Se in passato l’occulto era stato per lui un territorio pericoloso, attraversato in modo caotico e autodistruttivo, in Blackstar la simbologia assume un carattere più lucido, rituale, quasi testamentario.
La stella nera del titolo non è soltanto un riferimento astronomico o musicale, ma un simbolo stratificato: morte, trascendenza, dissoluzione dell’ego, passaggio. Nei testi e nei videoclip, dal corpo bendato con gli occhi coperti da bottoni in Blackstar alla figura scheletrica che danza in Lazarus, Bowie costruisce un linguaggio iniziatico che richiama l’alchimia, la Kabbalah e l’immaginario gnostico, ma senza più l’ansia di dominio o la paranoia che avevano caratterizzato la fase del Thin White Duke.
In Blackstar la magia non è più uno strumento di potere o di fuga, ma un mezzo di trasformazione finale. Bowie non cerca di diventare altro: accetta la dissoluzione della forma. Se negli anni Settanta aveva tentato di “toccare il sole” bruciandosi, qui attraversa l’ombra con una consapevolezza rara nella cultura pop. È un atto profondamente magico nel senso più autentico del termine: non l’illusione, non il controllo, ma la scelta deliberata di dare forma simbolica al proprio passaggio.
In questo senso Blackstar chiude il cerchio iniziato con Major Tom, Ziggy Stardust e il Duca Bianco: non più messia alieno, non più mago decadente, ma un artista che trasforma la propria morte in linguaggio, lasciando un sigillo finale inciso non solo nella storia del rock, ma in quella dell’immaginario occulto contemporaneo.

