Guarisci e apri il tuo cuore

Febbraio è alle porte, con il suo carico inevitabile di retorica sull’amore, in cui anch’io mi ci tufferò dedicando a S.Valentino l’articolo della prossima settimana (concedetemelo, qualche visita in più mi serve).
È il mese romantico per antonomasia, tinto di rosso e carico di aspettative sociali. Ma per chi ha deciso di mettere il proprio cuore in “modalità aereo” per evitare nuove ferite o per non andare ‘in pezzi’ per l’ennesima volta, questo periodo può sembrare troppo rumoroso, quasi stonato rispetto agli stati d’animo che ci portiamo dentro.
Spesso viviamo la prima metà di questo mese con fastidio, come se fosse una festa a cui non siamo stati invitati o, peggio, una recita a cui non vogliamo più partecipare.
Tuttavia, vi invito a guardare Febbraio sotto una luce diversa, più antica e meno commerciale. In natura, questo è il tempo del lento disgelo, il momento in cui la terra dura inizia ad ammorbidirsi per accogliere la promessa della primavera. E se facessimo lo stesso? Se usassimo questa energia “romantica” non per cercare conferme fuori, ma per iniziare, con delicatezza, a sciogliere il ghiaccio che abbiamo creato attorno al nostro centro?
C’è un momento preciso, dopo una delusione o una rottura, in cui sentiamo un “clac” sordo dentro di noi. È il rumore della serratura che scatta. Chiudiamo la porta. Tiriamo su il ponte levatoio.
Lo facciamo per sopravvivenza, ed è comprensibile. Quando il cuore fa male, l’istinto primordiale è proteggerlo, avvolgerlo in strati di cinismo o indifferenza per impedire che qualcosa, o qualcuno, possa ferirci di nuovo. Costruiamo un’armatura invisibile, convinti che ci terrà al sicuro. E per un po’ funziona. Ma questa armatura protegge sì, dai colpi, ma impedisce anche al sole di entrare.
Intimamente, nonostante la vita anche con me non è che sia stata generosa in questo ambito, penso che vivere con il cuore blindato sia una vita a metà. La sicurezza che sentiamo dietro ai muri che ci costruiamo è, in realtà, un isolamento che raffredda l’anima. Guarire non significa cancellare il passato o dimenticare chi ci ha ferito. Non significa nemmeno tornare ingenui come eravamo prima.
Guarire significa accettare che le cicatrici esistono, ma smettere di lasciare che siano loro a guidare la nostra vita.
Spesso pensiamo che “aprire il cuore” significhi essere deboli. Al contrario, è l’atto di coraggio più grande che esista. Richiede la forza di dire: “Ho paura, ma scelgo di fidarmi ancora della vita”.
Be, voi mi direte, belle parole ma come si fa?
Non c’è una formula magica, ma un percorso interiore da fare.
Spesso chiudiamo il cuore per non sentire la tristezza rimasta lì dentro. Invece, dobbiamo ‘sederci’ con lei, ascoltandola. Il dolore che non viene elaborato diventa un muro; il dolore che viene attraversato diventa saggezza. Perdonare chi ci ha ferito non significa giustificarne le azioni; significa tagliare il filo energetico che ancora ci lega a quel passato. Finché portiamo rancore, il nostro cuore è occupato. Perdonare è fare pulizia per fare spazio al nuovo.
L’amore è, per sua natura, un rischio. Non esiste garanzia che non soffriremmo mai più. Ma l’alternativa, il non sentire più nulla è, secondo me, molto peggio.
quando stiamo così non dobbiamo spalancare le porte oggi stesso. Iniziamo socchiudendo una finestra, iniziamo a guardare gli altri non come potenziali nemici, ma come esseri umani che, esattamente come noi, stanno cercando di navigare tra le loro fragilità.
Il nostro cuore è uno strumento resiliente. È fatto per battere, per rompersi e per ripararsi, diventando ogni volta più capiente. Un po’ come l’arte giapponese del Kintsugi, dove le crepe vengono riparate con l’oro: le nostre ferite non ci devono rendere “rotti”, ma ci devono rendere preziosi.
Siamo pronti a posare l’armatura? È pesante, e noi meritiamo di camminare leggeri.

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